Lo strano caso del nesso di causalità

“È molto importante in questo momento riflettere sull’eredità di questa crisi interminabile che abbiamo subito nel nostro Paese. Il dato più grave è legato a quanto successo alla povertà: abbiamo un aumento della sua incidenza di circa un terzo, con la percentuale delle famiglie povere salita dal 18 al 25%, da 11 a 15 milioni è passato il numero di persone in questa condizione nel giro di sei anni”. Così il presidente dell’Inps, in un’audizione davanti alla Commissione affari sociali della Camera dei deputati.

Colpa solamente della crisi e dei suoi non rimediabili effetti se un quarto degli italiani sono poveri e se la loro percentuale è salita del 30% dal 2008 a oggi? E tutto ciò era inevitabile? Nessuno poteva far nulla? Non proprio. Dice ancora Tito Boeri: “La risposta, guardando cosa è accaduto in giro, è no: altri Paesi che hanno conosciuto una crisi comparabile alla nostra riescono a subire una riduzione del reddito del 7% senza conoscere un incremento dei tassi di povertà”. Cos’è, allora, che a noi è mancato?

La risposta è complicata, ovviamente. Sintetizzando: una serie di adeguati meccanismi di distribuzione della ricchezza, uno stato sociale adeguato e un senso di comunità capace di andare oltre la semplice appartenenza alla medesima realtà nazionale. In poche parole, una politica all’altezza della sfida. Solo che, con altrettanta ovvietà, non sentirete mai nessuno di quei politici ammetterlo. E chiariamoci, dal 2008 hanno governato un po’ tutti: Berlusconi da solo, Berlusconi col Pd a sostegno di Monti e i tecnici, Letta con Berlusconi e il Pd, Letta col Pd, senza Berlusconi ma con i già berlusconiani, Renzi e il suo Pd e con i diversamente berlusconiani, e i risultati, su quel fronte, sono quelli che elencava l’economista adesso a capo dell’istituto di previdenza sociale.

Ora, appena un dato diffuso da quello stesso ente è appena meno negativo, partono le giaculatorie autoincensanti dei governanti, dall’interessatamente finta obiettività, del tipo “la macchina è ripartita”, fino ai veri e propri slanci elettoralistici, come “è il segno che i sacrifici e il lavoro di questi anni hanno dato i loro frutti”. Bene, ci sto. Anzi, mi avete proprio convinto: le azioni del Governo, i provvedimenti adottati dai ministri e le leggi licenziate dal Parlamento sono direttamente, e unicamente, connesse con quanto accade nell’economia.

Se è così, se assumiamo questo come nesso di causalità, sarebbe logico pensare che gli stessi che festeggiano, attribuendosene i meriti, quando le cose vanno bene, fossero quelli a dolersi, dandosene le colpe, qualora accada il contrario. Ma ciò non avviene, e sinceramente, siccome non è pensabile che i medesimi osservatori esprimano giudizi adottando schemi interpretativi differenti solo perché posti dinanzi a risultati diversi, e magari non positivi, altrimenti ne andrebbe della loro credibilità e affidabilità, francamente non so darmi una spiegazione.

È un caso davvero strano, quasi inspiegabile, di sicuro difficilmente analizzabile con gli strumenti a mia disposizione. Dev’esserci un’oscura strana malia intorno a questa cosa della causalità, un effetto stile “serie dell’albero di Natale”, a intermittenza: quando è positivo, si accende e tutti lo vedono, altrimenti, si spegne. Ed è come se fosse buio nel silenzio.

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