Come un’epifania dello spirito

Si spiritus pro nobis, quis contra nos?”. Se lo chiedeva, mutando in spiritus il Deus di san Paolo nella Lettera ai Romani, Gabriele D’Annunzio in quello che per Pietro Gibellini è uno dei testi più caratteristi del suo lato “eroico”, inserito nell’altrimenti ripetitivo e inutilmente retorico Libro ascetico della giovane Italia: il Commento meditato a un discorso improvviso, nel terzo capitolo intitolato L’epifania dello spirito.

Ecco, anche quella che sta investendo Matteo Renzi in questi giorni credo che sia un’epifania, una manifestazione del suo modo di essere e della sua visione dello mondo, attraverso la quale, come il D’Annunzio del ’22 si chiede “se lo spirito (dei tempi) è per noi, qui sarà contro di noi?”. Più di ogni cosa, credo che il senso della sua concezione della politica sia contenuta in una frase della sua intervista al tg di RaiUno di martedì sera: “Non c’è cosa più democratica di mettere la fiducia. Se passa, il governo va avanti, altrimenti va a casa. Cosa c’è di più democratico di chi rischia per le proprie idee? Questo è il tempo del coraggio, questo è il governo del coraggio, non il governo che rimane aggrappato a una poltrona pur di conservare la seggiola. Noi dobbiamo cambiare l’Italia, non preservare noi stessi”.

Non siamo ancora al memento audēre semper, ma diciamo che non ne siamo nemmeno tanto lontani. Nec recisa recedit, il presidente del Consiglio ci ha spiegato che il Parlamento può mandarlo a casa, ma non fermarne l’azione di cambiamento, e che non indietreggerà di un millimetro dai suoi propositi. Va avanti e, semper adamas, lancerà la sua sfida a chiunque si porrà sulla sua strada: o giungere, o spezzare, o si approva l’Italicum, o cade il Governo.

E funziona questo racconto infarcito di retorica? Per le italiche orecchie, forgiate dell’epica storia e temprate nel passato glorioso (ché mai l’uno e l’altra furon meno che quello, per carità), esso ha sempre avuto suono gradito e suadente; quindi, è molto probabile che funzionerà pure questa volta, per la sua soddisfazione e il plauso di quanti in quella cercano il riflesso della propria affermazione.

Poi, dopotutto, dove non potrà convincere l’aulica retorica, saprà sospingere con vigore l’altra caratteristica delle classi dirigenti della penisola e di quella stessa Roma, che ben descrisse Tacito, nei suoi Annales: “ruere in servitium consules, patres, eques. Quanto quis inlustrior, tanto magis falsi ac festinantes, vultuque composito” (“si precipitavano in gesti servili consoli, senatori, cavalieri. Quanto più elevati di rango, tanto più ipocriti e pronti a correre”, Libro I – 7).

Ma se è epifania, qual è la novella che palesa? Un racconto nuovo della democrazia, in cui non serve più tutta quella cosa chiamata rappresentanza e quell’inutile, fastidioso, e forse anche dannoso, lavorio continuo e costante conosciuto come dibattito parlamentare. Basta il governo e chi lo guida, che ha il coraggio di rischiare “per le proprie idee”. A quel punto, quelle aule chiudiamole pure: bastano le elezioni e il popolo. E poi, c’è sempre il ballottaggio: “Chi volete, l’uno o l’altro, Tizio o Caio, Barabba o Gesù?”.  Il resto non conta, un referendum e passa la paura della dittatura.

La domanda, però, è che cosa faranno quelli che quella novella non condividono: ne diventeranno comunque apostoli, perché quella è la comunità a cui si appartiene e butteranno via, con fiducia, in un amen tutti quelli che dicevano essere i loro valori, i loro princìpi, i loro ideali, o rischieranno la condanna d’eresia, e forse pure la solitudine del dover pensare da soli, perché alle volte “no, non si può tacere”?

Quasi dimenticavo: quel Commento dannunziano è l’elaborazione di un suo diario trascritto dai medici che lo tennero in cura dopo un incidente di cui il vate abruzzese fu vittima, o incauto protagonista, a seconda dei punti di vista o delle vicende reali avvenute, e che, tra illuminanti fasi di veglia e ricordo e mesti ritorni al sonno e al letto da ammalato, raccolse diversi momenti di quella convalescenza, fino a quando, rileggendolo, al poeta apparve come una “rivelazione” del suo genio. In ogni caso, l’esito e il prodotto di una caduta.

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