Il lavoro che si merita

Gli ultimi dati Istat su occupati e disoccupati danno i brividi. La disoccupazione continua a salire, e arriva a toccare il 13%, segnando una perdita di 59 mila posti di lavoro secchi nel solo mese di marzo, con buona pace di coreuti e corifei del “meno male che c’è il Jobs Act”.

Il dato della giovanile, che non è una formazione calcistica di under qualcosa, è drammatico: la disoccupazione fra quelli che hanno un’età compresa fra i 15 ei 24 anni è al 43,1%. E stiamo parlando solo di quelli che un lavoro non ce l’hanno ma lo cercano ancora. I neet, che li chiamano all’inglese perché, in tempi di atti di fiducia a dritta e manca, “sfiduciati” suona male, continuano a salire, tanto che il tasso complessivo di quelli che un’occupazione ce l’hanno, giovani e meno giovani insieme considerati, è sceso al 55,5%; la metà o poco più, roba da far tremare le vene ai polsi, se non si fosse occupati a seguire i falsi miti del merito e della garanzia delle possibilità.

E questa è la grande menzogna in cui stiamo vivendo e che stiamo bevendo ormai da trent’anni. Tuttavia, avremmo dovuto saperlo, almeno a sinistra e negli ambienti con una certa sensibilità egualitaria, che quelle parole lì erano il grimaldello del liberismo e, con una parola che a dirla oggi in certi ambienti del new labour de’ noantri rischia di far partire le sirene antincendio, del “capitale”.

Lo sapevamo nelle parole di Pietro Calamandrei, quando ci ricordava, nel suo Discorso sulla Costituzione agli studenti universitari milanesi, che solamente quando l’obiettivo di rimuovere quegli “ostacoli, di ordine economico e sociale – come si legge all’articolo 3 di quella stessa Carta – che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, diceva il politico fiorentino, “si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo, ‘L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro’, corrisponderà alla realtà”.

Aggiungeva poi ancora l’autore dell’epigrafe a ignominia di Kesselring che, fino a quando non ci sarà la possibilità “per ogni uomo di lavorare e di studiare, e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare ‘fondata sul lavoro’, ma non si potrà chiamare neanche ‘democratica’. Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo”.

Volendo continuare sulle citazioni di esponenti non certamente socialisti, e pensando a quanti, stucchevolmente, ripetono la filastrocca del merito che premia i migliori e boccia i meno bravi, tornano in mente le parole di quel capolavoro della nostra storia che è Lettera a una professoressa e tutta l’esperienza di Don Milani: “Voi dite di aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri, ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi”.

Perché sì, mentre si parla di meritocrazia e altre favole, i figli dei ricchi sono ricchi, studiano nelle scuole per ricchi e hanno lavori da ricchi; i figli dei poveri, invece, semplicemente sono poveri. Però, hanno la libertà di poter credere che anche per loro, con fiducia, ci saranno le medesime possibilità. Un racconto assolutamente falso, che si alimenta con l’esempio degli eroi, come in ogni mito, appunto, di quei pochi che ce l’hanno fatta, come si alimentano del sogno dell’uno che vince le casse del banco nelle lotterie.

Un essere liberi che, senza uguaglianza, diventa un vessillo buono per qualche film americano. Stavolta, per chiudere, chiedo aiuto a un socialista, Sandro Pertini, e al suo discorso di fine anno del 1983: “La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame”.

Buon primo maggio di libertà e giustizia sociale, allora, e buona festa del lavoro; quello che tutti meritano.

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4 risposte a Il lavoro che si merita

  1. Fabrizio scrive:

    Il lavoro che si merita e il suo reale e concreto “percorso” etico, culturale , sociale , economico , finanziario.

    Il lavoro per la Dignità che si merita ogni uomo,ogni donna,ogni giovane…………..
    La dignita’ per un Minimo Reddito Garantito che si merita ogni persona incapiente, disoccupata,povera………….
    Un minimo reddito per Un Equo Sviluppo che si merita ogni famiglia, coppia……….
    Un equo sviluppo per Un Benessere Sostenibile che si merita ogni popolo civile,……….
    Un benessere sostenibile per Una Crescita Redditizia che si merita ogni futura generazione,…………………

  2. Fabrizio scrive:

    Scientificamente parlando possiamo anche dire che:
    Il lavoro produce Reddito
    Il reddito pianifca Sviluppo
    Lo sviluppo progetta Benessere
    Il benessere controlla la Crescita
    La crescita realizza Ricchezza

    Detto cio’ si puo’ dire, come dato di fatto , che chi ci sta governando non ha capito o non vuol capire per motivi di propri usi e consumi, che parlando di crescita-cambiare-immaginare sta prendendo in giro milioni e milioni di cittadini italiani.
    La scienza , le leggi fisico-matematiche non sono opinioni!
    Come si puo’ vedere il percorso individua il nocciolo del problema!siccome la ricchezza e’ in mano a pochi., pochissimi italiani…………………………..eccetera, eccetera…..

    Partendo dalla fine del percorso , leggendo alla rovescia nel senso inverso capirete i perchè e non solo……….
    RICCHEZZA REALIZZA CRESCITA; LA CRESCITA CONTROLLA IL BENESSERE;
    IL BENESSERE PROGETTA SVILUPPO; LO SVILUPPO PIANIFICA REDDITO;
    IL REDDITO PRODUCE LAVORO, LAVORO…………………..

  3. Fabrizio scrive:

    Per concludere osiamo dire ” SENZA IL LAVORO NON SI PUO’ CREARE BENI COMUNI COME ” CIBO “, ECCETERA, ECCETERA…………………….

  4. Fabrizio scrive:

    Il governo del cambiare “domani,democraticamente parlando”che si merita di andare a casa.
    Il modello di ammodernamento che si merita il popolo italiano.
    Il percorso legislativo che si merita di andare avanti per il bene comune
    Il blocco delle elezioni regionali e lo scioglimento di tutti i consigli regionali che si merita la politica del cambiare …………

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