La riforma miracolosa

“Lavoro, Boeri: ‘Da imprese 76 mila richieste per assunzioni con sgravi’”. E ancora: “I primi dati sugli effetti del Jobs Act. Il presidente Inps: ‘Nei primi 20 giorni di febbraio boom di richieste di decontribuzione per chiamate a tempo indeterminato’”. È entusiasta il Corriere della Sera, e noi con lui. 76 mila assunzioni: c’è di che brindare e gioire, sul serio.

Il Jobs Act, alla faccia dei gufi come me, si rivela una riforma portentosa. Come scrivono in via Solferino, i primi effetti danno torto ai critici, e un certo Francesco Scalia del Pd lo sottolinea: “i numeri diffusi dall’Inps fanno piazza pulita delle polemiche, anche delle ultime ore. Quella riforma è uno strumento utile a contrastare la disoccupazione e a dare tutele a chi non le ha”. Fantastico, davvero. Di più, miracoloso. No, dico letteralmente, proprio nel senso del miracolo: ha prodotto i suoi risultati ben prima della sua entrata in vigore. Come lo chiamereste voi? Miracolo, what else?

E sì, perché la riforma del lavoro di Renzi-Sacconi-Ichino-Damiano è entrata formalmente in vigore con i primi decreti attuativi il 7 marzo scorso. Ma i suoi poderosi effetti, come dice il Corriere, li ha esplicati tutti e in tutta la loro forza già nei primi giorni di febbraio. Un caso di riforma retroattiva, insomma.

A meno che quelle assunzioni col Jobs Act non c’entrino assolutamente nulla. Solo un’ipotesi, certo, se il più autorevole dei giornali italiani dice che c’entrano, allora c’entrano. Lo conferma anche quel certo Scalia, che è parlamentare: dev’esser così. Eppure io, gufando, per carità, continuo a chiedermi se quelle assunzioni, o meglio, se quelle “richieste di assunzioni con sgravi” non c’entrino invece con gli “sgravi”, appunto.

In effetti, se la notizia la leggiamo sull’Ansa, Boeri di riforma del lavoro non parla affatto, adducendo quelle richieste delle imprese alle agevolazioni previste dalla Legge di Stabilità. Inoltre, chiarisce che sono richieste, non già assunzioni, che potrebbero essere anche di più, ma non si sa mai; come dire, finché non si avranno i contratti firmati, eviterei di vendermi per la campagna elettorale permanente la pelle dei potenziali occupati.

Il dubbio, ma solo perché sono rosicone, è che quelle “richieste di assunzioni” non siano una indiretta dimostrazione della tesi opposta a quella sostenuta dai difensori della riforma renziana: se si assume prima della sua entrata in vigore, forse essa è superflua, se non del tutto inutile. A meno di non voler dar adito a quelli che dicono che il Jobs Act incentiva le assunzioni solo perché, combinandosi con gli sgravi previsti dalla Legge di Stabilità, diventano un’occasione di lucro per le aziende, soprattutto in caso di licenziamento.

Questi perfidi frenatori, infatti, sostengono che per una retribuzione lorda annua di 22 mila euro, poco meno di 1.700 euro lordi al mese, la decontribuzione alleggerirebbe l’azienda di 6.390 euro di oneri. Con le nuove norme sul licenziamento, note già prima della sua entrata in vigore, se il dipendente venisse messo alla porta a fine anno, gli sarebbero dovuti di indennizzo grosso modo 2.500 euro, con un saldo attivo per il datore di lavoro di quasi 4.000 euro. Se il licenziamento avvenisse al terzo anno, invece, la somma degli sgravi per l’impresa avrebbe raggiunto circa i ventimila euro, mentre l’indennizzo superebbe di poco i 7.500, con un attivo aziendale di 12.500 euro. Calcoli d’una perfidia che di sicuro non appartiene a quanti hanno votato entrambe le norme, che per quello non li hanno fatti.

Su una cosa, però, di dubbi ne ho pochi: che continuando a farci raccontare la realtà da giornali con costruzioni strumentali, che si prestano a far da megafono al potere di turno, non andremo mai lontano. In questo sì, siamo circondati da amanti della palude.

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