La periferia unica del villaggio globale

“Se una farfalla batte le ali a Pechino, a New York si scatena una tempesta”. Lo chiamano “effetto farfalla”, appunto, e dagli anni Cinquanta, dall’economia alla matematica, dalla meteorologia e fino alla letteratura, passando per la fisica e la geopolitica, in tanti hanno cercato di spiegarlo.

In pratica, è la teoria per cui ogni seppur impercettibile modifica delle condizioni iniziali può determinare una variazione significativa nel risultato finale. Ma la metafora usata rimanda anche al fatto che qualsiasi evento ha un’infinità di collegamenti all’interno del mondo sempre più interconnesso, tanto da esser spesso definito come “villaggio globale”. Ma se il questo è globalizzato, perché non dovrebbe esserlo in tutti suoi aspetti, nel centro, del potere e della finanza, e nella periferia, della povertà e delle vite difficili?

È in questa logica che non stupisce il fatto che ogni luogo, potenzialmente, sia banlieue parigina, deserto siriano, bronx newyorkese. Globali sono i sogni e le speranze, i miti e i desideri, globali saranno le disperazioni e le paure, le frustrazioni e le rinunce. E se unico è il centro a cui mirare, unici saranno i sobborghi da cui fuggire.

In tutto questo scenario, unificate saranno pure le domande e unificanti le risposte. A quella di ricchezza e affermazione, sarà il mercato e le sue leggi a dar conto. Ma a chi chiede ragione per la sua esclusione, chi spiegherà i motivi? Non basterà e non basta il verbo della competizione sui meriti, soprattutto per quanti da quella son già tagliati fuori per colpe non loro. Era quello il ruolo delle ideologie, degli apparati di spiegazione e interpretazione del mondo e di progettazione e visione di un’altra dinamica e diversi equilibri possibili.

Di quelle si è festeggiata la fine e la dissoluzione. Peggio, le si è normalizzate all’interno della sola rimasta, ipostatizzata e fattasi neutra, egemone perché solitariamente dominante. Al di fuori di essa, il vuoto, disperato e disperante.

Non stupiamoci, dunque, se quelli ai quali era stato garantito il quarto d’ora di celebrità poi negato con la scusa della meritocrazia esclusiva, oggi trovino in chi gli promette l’eternità come fine delle proprie azioni un appiglio per la loro disperazione.

E se dalla disuguaglianza il sistema trova linfa per sostenere la competizione, è proprio in essa che chi a questo si oppone fin nelle fondamenta spiega le giustificazioni della sua voglia di abbattimento, provando a convincere, e riuscendoci, i tanti che in quello sono esclusi prim’ancora di potervi partecipare.

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