Ce lo chiede l’Europa

Volendo proprio ridurre il discorso a un dato semplicissimo, i giudici della Corte di giustizia europea hanno spiegato all’Italia che in tre anni ci sono solamente trentasei mesi, e se li si supera, allora non sono più tre anni.

Quindi, se hai detto e stabilito che i contratti di lavoro a tempo determinato possono essere stipulati per un massimo di tre anni, raggiunto il trentaseiesimo mese, o assumi il lavoratore, o lo mandi a casa. Anche nel pubblico, pure nella scuola. I bizantinismi normativi e le distinzioni barbine fra organico di fatto e di diritto, inventati per giustificare il ricorso ai supplenti nella scuola oltre quel limite, o il fatto che alcuni di loro non sarebbero abilitati all’inserimento in ruolo, ma solo adeguati a insegnare da precari per lustri e lustri sono, insomma, ragionamenti vani: se Tizio lo assumi, lo riassumi, lo assumi ancora e di nuovo, Tizio ti serve. E se per te non è idoneo all’insegnamento, non lo fai lavorare, non gli proponi un contratto e poi un altro e un altro e un altro, non gli affidi degli alunni, non gli permetti di valutare gli studenti, fare gli esami, eccetera, eccetera, eccetera.

Cioè, i giudici di Lussemburgo hanno detto che il diritto e le leggi che lo Stato scrive o sottoscrive, vale e valgono anche per lo Stato. Anzi, soprattutto per questo, verrebbe da dire. La domanda è: ma ci voleva un giudice per capirlo? Era necessario che un’associazione sindacale, l’Anief, iniziasse una lunga e infinita teoria di ricorsi? Non se ne accorgeva la politica, i vari ministri, i diversi partiti di quello che stava succedendo, del fatto che lo Stato non rispettasse le sue stesse leggi?

Domande oziose, lo so. Nell’amministrazione statale e in tutti gli enti locali, casi come quello della scuola non sono eccezionali, e la sentenza di ieri, come dice Walter Miceli, uno dei legali che hanno curato i ricorsi dei docenti e del personale Ata, si potrebbe applicare a tutto il comparto del pubblico impiego, dove di contratti rinnovati e prorogati per oltre tre anni (parlo per esperienza diretta, fidatevi) ce ne sono davvero tanti, troppi.

Quelle tutele crescenti che la politica promette a chiacchiere ai precari, questi provano a cercarseli come e dove possono. Con l’organizzazione autonoma, nelle piazze o nelle aule di tribunale, così come provano a smontare le decisioni che un’azione di governo e parlamentare miope continua ad assumere, seguendo gli stessi percorsi, e non è escluso che, stando alle dichiarazioni della segretaria della Cgil, Susanna Camusso, la strada giudiziaria non possa essere seguita anche per il Jobs Act.

È chiaro, però, che in questo modo è la politica a rimetterci, soprattutto in termini di fiducia e di riconoscibilità presso i cittadini. Certo, per Renzi tutto ciò potrà pure essere “un problema secondario”, ma la disaffezione che continuamente viene dimostrata alle elezioni è un dato che sembra dire una cosa sola. Quegli elettori che smettono di voler essere tali, non dicono tanto “ascoltateci”, ma la loro rinuncia silenziosa pare più un monito di totale disconoscimento. Del tipo: “fate pure tutto quello che volete. E quando vi serviremo, non venite a cercarci; saremo andati via, a cercare da soli le risposte alle domande che rifiutate di ascoltare”.

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