Meno male che non han vinto il congresso

A leggere gli scambi di battute al vetriolo fra Orfini e Cuperlo, vien da ringraziare Renzi. Cioè, sinceramente, per fortuna che il congresso del Pd non l’ha vinto il triestino: avrebbe avuto come concreti e affidabili sostegni, gente come l’ex responsabile cultura della segreteria di Bersani. No, Gianni, davvero, meglio stare all’opposizione, credimi.

Certo, direte, Orfini è divenuto strenuo sostenitore del segretario, ascaro e baluardo della sua linea, e quindi ora è comunque in maggioranza. Cosa vera, per carità, ma un po’ diversa. Innanzitutto, perché il presidente dell’assemblea dei democratici ha ragione a rifiutare l’etichetta di renziano effettivo: nei fatti, è un renzista di complemento, ed essendo “di complemento”, va da sé che danni ne può fare di meno. Ovviamente, questo significa che può imporre anche meno le sue idee, e non ottenere molto. Ma, come dire, il ragazzo s’accontenta di poco, diciamo.

Semmai, è curioso che definisca (sorvolando sul sessismo insito nell’espressione “primedonne”, come se il cercare di acquisire posti al sole con la pratica dell’apparenza, fosse questione solamente femminile) quelli che voleva guidassero il partito “vittime di protagonismo a fini di posizionamento interno”. Ancor più se si pensa che, a proposito di “posizionamento interno”, egli stesso potrebbe essere usato come esempio.

In fondo, però, un po’ m’è simpatico il giovane turco. Anche perché sappiamo che il suo attuale renzismo, contrapposto all’antirenzianesimo militante di cui pochi mesi fa faceva professione, non è uno stato irreversibile, ma solamente temporaneo: il tempo in cui, pro tempore, Renzi sarà segretario. Il giorno dopo, sono quasi certo che Orfini sarà il leader dei “mai stati renziani”, come lo è oggi dei diversamente tali.

Ripeto, fa tenerezza, con la sua minacciosità di peluche, la smania di apparire ortodosso agli occhi del capo, la sua arroganza inutile e il suo parlare da parvenu del potere. Da qui a fidarsi, però, ne passa, e molto.

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