L’insostenibile vittimismo dei più forti

Una donna, a Gerusalemme, è morta d’infarto nel sentire le sirene d’allarme. È l’unica vittima civile israeliana da quando sono iniziati gli  ultimi scontri lungo la striscia di Gaza fra lo Stato di Israele e i miliziani di Hamas. I morti fra i palestinesi a seguito dei bombardamenti ordinati da Netanyahu, invece, già si contano a centinaia, e sono migliaia quelli che, per non fare la medesima fine, han dovuto lasciare le loro case.

Se c’è una cosa che in quello mediorientale ha meno della definizione di conflitto, è la proporzione fra le forze in campo. Da un lato, uno dei più forti e meglio armati eserciti al mondo, dall’altro, un popolo allo stremo che alla sua guerra non ha saputo trovare nome più adeguato di intifada, cioè rivolta, sollevazione, come di chi è schiacciato, di chi sta sotto, e ha meno forza e risorse.

E se c’è invece una cosa che sfocia ben al di là del sopportabile, è il continuo, surreale e mai criticato vittimismo dei più forti. I palestinesi, dal 1948, sono stati cacciati dalla propria terra, hanno perso il loro diritto all’autodeterminazione, le loro libertà, finanche la possibilità di accedere all’acqua gli è stata limitata, e tutto questo per riparare a colpe non loro.

Da quella data, le cose sono andate sempre peggio, tanto che, fra occupazioni e colonizzazioni, la terra dei palestinesi si è così ridotta e frammentata che oggi diventa difficile parlare di due Stati, anche perché per uno Stato di Palestina mancherebbe pure l’elemento naturale.

Bene, in questa situazione, le vittime sono sempre raccontate come quelle che vivono da una parte sola di quei muri che corrono fra e attraverso le città: la più ricca.

Vivere con il terrore di non aver nulla da dare ai propri figli è già terribile; farlo sentendosi chiamare terroristi, può essere insopportabile. Eppure, è quello che accade da troppi anni e nel quasi silenzio del mondo che conta e delle istituzioni internazionali.

La considerazione più amara, però, è che tutto ciò non è affatto un caso o un’eccezione. Da sempre va così: il forte sbrana il debole, lamentando un sopruso subito, come il lupus a monte che accusa l’agnus a valle di sporcare la sua acqua nella favola di Fedro, o come chi invase l’intera Polonia, giustificandosi con la paura d’essere attaccato, dopo aver invocato e sostenuto la necessità di annettere e occupare solamente Danzica, perché al suo popolo servivano nuovi spazi e sbocchi al mare.

Prendere posizione in conflitto tanto lungo, doloroso e apparentemente inestricabile quale quello fra lo Stato d’Israele e il popolo palestinese, può essere difficile. Però, fra chi sta superior e quelli che stanno, longe longeque, inferior, per natura e per formazione, io mi schiero con i secondi.

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