Ma poi, a che servirebbe?

Le elezioni sono finite e si sono svolti pure i turni di ballottaggio. Tutti sappiamo chi ha vinto e chi ha perso; almeno stavolta i numeri non si prestano alle interpretazioni. Quelli che sono andati a votare, hanno detto chiaro e tondo chi e cosa preferiscono e cosa e chi non vogliono.

Quelli che sono andati a votare, appunto. E gli altri? Beh, gli altri hanno pensato di lasciare ad altri il compito di scegliere, anche per loro. O semplicemente, a quegli altri non interessava affatto il risultato. Oppure, gli andava bene comunque, o in nessun caso. Fatto sta che potevano scegliere e hanno scelto di non farlo. Tutto qui? In un certo senso, sì.

Ora un po’ tutti si lamentano per l’astensionismo, dal presidente della Repubblica, intesa come lo Stato, al fondatore de la Repubblica, inteso come il giornale, dai politici che hanno vinto a quelli che hanno perso, da coloro che sono stati favoriti da questa rinuncia a chi, probabilmente, ne è stato danneggiato. Però quelle lamentazioni, per molti, non sono vere ma ipocrite. Soprattutto, lo sono quelle di quanti pensano che la governabilità e la stabilità siano un valore superiore a quello della rappresentanza.

Chi ogni ora ci spiega che “l’astensione degli elettori è un fenomeno naturale in tutte le democrazie mature”, non ha tutti i torti. Come ha ragione a fare l’esempio degli Usa. Proprio lì, la stabilità e la governabilità sono valori assoluti, non messi in discussione da nessuno, e quando si vota, non si cerca la rappresentanza, ma si sceglie un governo. Quella è, nei fatti, una democrazia di investitura, in cui gli elettori, quel “noi, il popolo” con cui inizia la Costituzione del 1787, investono i rappresentanti del governo e del potere.

In una logica simile, è chiaro che non tutti siano interessati a prendere parte alla giostra elettorale e per vari motivi, dalla convinzione che comunque, chiunque vada, rispetterà i vincoli principali del sistema (indipendentemente dal giudizio che su questo si ha), alla valutazione sull’utilità o meno del proprio voto individuale nel selezionare i governanti in un meccanismo in cui si può scegliere solo fra poche e già selezionate ipotesi, fino alla totale indifferenza rispetto a un processo istituzionale che non mira a dare voce politica ai bisogni e agli interessi del singolo, ma al massimo a governarne i risvolti pratici.

Quindi, se il fine a cui tende la politica istituzionale è la realizzazione di una democrazia governante, in cui il tema del potere esecutivo sia preponderante rispetto alle ragioni della rappresentanza, è chiaro che l’astensione non fa che contribuire al suo raggiungimento. Pertanto, non credete ai governanti che si dicono preoccupati per il calo della partecipazione; non lo sono affatto, anzi.

Se la rappresentatività dei parlamenti viene ogni giorno sminuita, attraverso i premi di maggioranza e le soglie di sbarramento, ma anche con i continui ricorsi alla decretazione governativa per tacitare il dibattito, saranno sempre di più quelli che si chiameranno fuori dal gioco delle elezioni. E se il governo è l’unico orizzonte, questa rinuncia a far parte dei deleganti sarà sempre più forte, e proprio lì dove le azioni del potere esecutivo si percepiscono inefficaci o inesistenti e i problemi, anche pratici, non sembrano trovare soluzione.

Una rinuncia che, come detto prima, favorisce i delegati perché contribuisce a semplificare il quadro della partecipazione dei cittadini, in modo che siano più semplici e immediate pure le risposte da dare. Infatti, se da un lato questo allontanamento dalla partecipazione determina la formazione di sacche di esclusi dal processo democratico che, in una situazione di poca inclusione sociale ed economica come l’attuale, potrebbero favorire l’insorgere di fenomeni destabilizzanti e facilmente infiammabili, specialmente se solleticati ad arte da qualche demagogo incattivito e capace di far rimpiangere i toni urlati degli odierni campioni della materia, dall’altro non è da scartare l’ipotesi che tutto questo porti, progressivamente, verso la realizzazione di una sorta di democrazia a bassa intensità. Un sistema stabile, facilmente governabile e normalizzato, in cui le differenze non si esprimano più attraverso la ricerca di una differente rappresentanza, ma siano così minime e sottili da essere contenute tranquillamente nel solo orizzonte di governo.

In quest’ultimo caso, la partecipazione alla vita politica sarà sempre minore, anche perché proprio la vita politica rischia di venir meno, trasformando la democrazia in un terreno in cui le élite, secondo la visione di Joseph Schumpeter, si fanno concorrenza nel mercato elettorale per la conquista della maggioranza e, quindi, del governo. Un’ottica in cui, per usare proprio le parole dell’economista austriaco, in Capitalismo, socialismo e democrazia: “Il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale i singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare […] la teoria racchiusa in questa definizione consente un equo riconoscimento del fatto d’importanza primaria che è la leadership”.

Ovviamente, se la questione è solo scegliere il leader, chi governa fra limiti fissi, condivisi e indiscutibili in cui espletare quell’azione esecutiva, e non anche chi deve rappresentarli e provare a immaginare e perseguire un’alternativa, a molti elettori può non interessare. Perché lo ritengono superfluo, dato che comunque, considerata l’immutabilità dello schema generale, a loro andrebbe bene. O perché, in tutti i casi, da quel modello istituzionale sarebbero tagliati fuori, visto che, appunto, nelle sue ragioni fondanti è immodificabile, e potrebbero nutrire verso di esso una completa estraneità o rassegnazione fatalista. Come dire: “C’è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre”. E ci saranno anche senza che lui o loro si siedano negli spalti fra quelli che tifano (ché non più di quello potrebbero fare in una siffatta logica) per una parte o per l’altra, mai la propria.

Certo, ci sarebbe sempre una terza possibilità: quella di lavorare a costruire nuovi meccanismi di rappresentanza, anche al di fuori dell’istituzionalizzazione della politica, di immaginare orizzonti diversi da una tensione incentrata solo alla conquista del governo come meta e fine, di provare rappresentare i conflitti, che ci sono e che attraversano la società, all’interno di forme alternative di partecipazione democratica.

Si potrebbe, sì. Come si potrebbero fare tante altre cose per riprendere a ragionare di quale forma dare alla democrazia che vogliamo costruire per il futuro. Si potrebbe. Ma poi, a che servirebbe? E soprattutto, chi ne ha voglia?

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