Il processo alle opinioni

“Non accetto l’intenzione di processare le opinioni. Se quello che ho detto è un reato, beh io lo ribadisco, ma non poso ribattere davanti a un tribunale. Non lo posso neanche trattare. L’opinione non è trattabile, è un diritto intrattabile”.

Sono le parole di un’intervista che Erri De Luca ha rilasciato a Repubblica e che è stata pubblicata ieri nelle pagine dell’edizione torinese. Le domande rivolte allo scrittore dal giornalista, ovviamente, erano incentrate sul processo che si sta svolgendo a Torino, in cui De Luca è accusato di istigazione a delinquere per le dichiarazioni fatte in diverse occasioni e nelle quali difendeva il diritto al sabotaggio per fermare i lavori della Torino-Lione in Val di Susa.

Secondo la procura del capoluogo piemontese, quelle dichiarazioni, proprio in virtù della notorietà e dello spessore culturale dello scrittore, costituiscono un’incitazione a sabotare la grande opera. Di più, a sostegno di questa tesi, l’accusa e i legali della società Ltf hanno ricordato la vicinanza dell’autore de I pesci non chiudono gli occhi agli ambienti extraparlamentari negli anni del terrorismo e altre sue parole in favore delle Brigate rosse. La difesa di De Luca, invece, si appella al diritto di opinione e all’idea secondo cui le manifestazioni del libero pensiero non possano essere processate, altrimenti verrebbero negati i principi stessi della democrazia.

Ora, non sono un giurista e quindi non entrerò nel merito delle questioni di diritto, ma la vicenda presenta aspetti interessanti sotto vari profili. Tra questi, quelli legati alla possibilità di espressione del dissenso sono sicuramente i più affascinanti. E il dibattito intorno al Tav, in questo senso, è emblematico.

Di quell’opera s’è discusso di tutti gli aspetti e di ogni possibile integrazione, modifica, compensazione, tranne che della possibilità di non realizzarla, che era ed è quello che chiedono quanti a quella si oppongono. In tal senso, ha ragione De Luca ha dire che “hanno fallito i tavoli del Governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa”. Non chiama alla rivolta, non istiga all’azione, non dice “sabotatori di tutto il mondo, unitevi”. Vede nel sabotaggio l’unica alternativa per provare a fermare la realizzazione dell’opera, essendo, appunto, falliti i tentativi di mediazione. Che è la medesima tesi contenuta negli atti di chi militarizza i cantieri e inasprisce le norme per fronteggiare le contestazioni, generando come risposta, per maturazione endogena dell’uso della forza e in un processo di autonomia del negativo, volendo usare le parole di De Feo, l’assalto a quelli e la ribellione a queste.

E ha ragione perché il punto di vista dei contrari alla realizzazione di un traforo sotto le Alpi, nella sua radicalità, non è mai stato ammesso da chi aveva e ha il potere di decidere. Non è mai stata considerata l’ipotesi che quell’opera si potesse anche non fare. Le tesi contrarie a quelle di coloro che hanno deciso di farla, sono state relegate nell’angolo ed escluse dalla cittadinanza del dibattito con la motivazione che “così vuole la maggioranza”.

Ma la maggioranza di chi? Non la maggioranza di chi abita i luoghi che da quell’opera saranno stravolti. E non si può abbattere casa mia e dirmi che mi devo adeguare perché così hanno deciso i molti. Perché, estremizzando e internazionalizzando il discorso, sarebbe come dire che ha ragione Mosca contro Kiev, la Cina sul Tibet, gli Usa in ogni conflitto in cui rappresentano la parte più numerosa, così, a prescindere, solo in virtù di quel principio numerico, per la forza dei più.

Come non si può banalizzare il dissenso delle popolazioni locali, riportandolo interamente alla categoria delle sindromi nimby. Perché, se a quella radicalità oppositiva e di tutela del proprio interesse diretto viene negata la cittadinanza piena nel dibattito fra le ipotesi, l’alternativa rischia di essere il sabotaggio come ultima linea di resistenza (sul come la vedo a proposito della Tav, per non farla troppo lunga, mi permetto di rimandare al mio Quella luce al posto del tunnel).

Ma, tornando all’argomento iniziale: si può fare il processo alle opinioni? Con la scusa dell’istigazione a commettere reati, si possono perseguire le parole? Può la manifestazione della libertà di pensiero, essere considerata, per usare la definizione di De Luca, un diritto trattabile?

Ecco, se lo pensiamo, allora fanno bene i magistrati torinesi a perseguire lo scrittore partenopeo, come fecero bene i giudici a censurare i libri di Toni Negri, visto che piace ai critici del movimento No Tav il parallelo con quella stagione, e quanti, in nome delle leggi di Creonte provano a schiacciare il diritto di Antigone a pensarla (e dirla) diversamente.

Diversamente, se la libertà del pensiero, anche e soprattutto quando è in dissenso rispetto al pensare maggioritario o comune, e il suo potersi fare parola ci sta a cuore, dovremmo provare a essere un po’ meno indifferenti su quanto accade a De Luca. Oggi è la sua possibilità di esprimersi, non di sabotare, radicalmente contro il Tav a essere messa in discussione e al vaglio e al giudizio del potere costituito, domani quella di chi difenderà le sue ragioni e la facoltà di manifestarle, dopodomani quella di ognuno di noi a farlo.

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