L’epifania del Pil

“Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane”.

Era il 18 marzo del 1968 quando Robert Kennedy, parlando all’università del Kansas, spiegò che il Pil misurava tutto “eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Sono passati più di quarantacinque anni, e ora sappiamo che per l’Eurostat, l’istituto di statistica europeo, e quindi anche per il nostro Istat, quell’indicatore deve tener conto anche delle attività illegali, come lo spaccio di droga e la prostituzione.

Tante volte ho provato a dire perché, a mio parere, dovremmo trovare il coraggio e la forza di uscire da questa crudele quanto rassicurante dittatura del prodotto interno lordo (per non ripetermi, rimando al mio E se rompessimo il giocattolo a Pil?), e mai ho pensato che una mano mi venisse data in questo tentativo proprio dai più fedeli rilevatori di quel dato. La decisione delle agenzie statistiche è, nei fatti, una vera epifania del Pil, una rivelazione, appunto, una confessione.

Oggi sappiamo che quando pensiamo alla crescita di quell’indicatore, pensiamo anche al numero di ragazzi che si costruiscono il vuoto nell’anima e nel cuore e delle giovani donne vendute agli angoli delle strade.

Il Pil è al di là del bene e del male, e quindi deve essere misurato “in ottemperanza al principio secondo il quale le stime devono essere esaustive, cioè comprendere tutte le attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico”. Non sono spacciatori, non sono schiavisti senza onore che sfruttano la disperazione di migliaia di ragazze per arricchirsi sui loro corpi ceduti a gente troppo annoiata per pensare a quanto e cosa stia per pagare; sono produttori di Pil.

Ancora oggi, come ai tempi di Kennedy “il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione”.

Ma da oggi, ufficialmente, esso misurerà le nostre miserie spacciate per ricchezza, crescerà per i nostri crimini perpetuati sui più deboli e disperati, aumenterà con il pianto di una ragazza rapita nel mondo povero per essere sfruttata ai bordi di quello ricco, s’infrangerà nel corpo di chi ha scambiato la propria vita per qualcosa che potesse fargli dimenticare le condizioni della sua esistenza.

Quando vi diranno che il Pil è aumentato, voi saprete che anche quello è aumentato. Perché l’importante, ciò che conta ed è contato, sono i soldi scambiati per i consumi. Finché questo sarà l’unico modello di crescita conosciuto, ricercato, perseguito.

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1 risposta a L’epifania del Pil

  1. Adriana Terazzi scrive:

    Ora mi vergogno davvero di essere europea: che ne dite di richiedere la cittadinanza del Butan? (anche loro hanno cambiato le regole per il calcolo del Pil, ma in meglio!)

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