E se rompessimo il giocattolo a Pil?

Nel pomeriggio di domenica scorsa m’è capitato di vedere dei bambini giocare con balocchi di legno. I giocattoli antichi, preparati per loro e riammodernati nelle forme e nei colori, ne facevano la felicità: ci correvano intorno, li usavano nei modi più svariati, anche in usi non ortodossi. Perché il giocattolo fatto con e per le mani si presta ad usi diversi, meno codificati ma più divertenti, meno regolati, precisi, scientifici, seri, ma più fantasiosi, versatili, belli.

Il giocattolo tecnologico ha spesso un solo modo per essere usato, quello informatico, poi, addirittura ha un codice tutto suo e delle pratiche che divengono tecnica metodica e seriamente organizzata. Diverte? Non so, certo è molto più rigido, organizzato. L’unica alternativa che offre per un uso diverso è quella di romperlo, smontarlo, usarlo con le mani dove esso è pensato per essere usato con la testa.
Ecco, guardando quei bambini ho pensato a come smontare i giocattoli dei grandi, soprattutto uno: il giocattolo a PIL.

A parte le battute, è da alcuni mesi che non leggo più i dati sull’andamento del PIL. E non perché sono troppo impegnato in altro o m’interessano altri argomenti politico-economici. Semplicemente perché si sta sempre più radicando in me il pensiero che quel dato non dice più nulla rispetto alla reale situazione economica. Non scopro nulla di nuovo. Già Robert Kennedy nel 1968, parlando all’Università del Kansas, spiegava come non si potesse “misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del Paese sulla base del prodotto nazionale lordo”. Da anni, economisti importanti e competenti ci spiegano che il PIL è un indicatore parziale, quando non erroneo, della situazione economica generale e reale. E ci è toccato in sorte anche qualche ministro intento a spiegarci che il PIL non misurava la bontà della sua azione di governo: ovviamente, tale affermazione è stata fatta con saldi di PIL negativi.
Quello che mi sta sempre più convincendo di ciò, però, è una considerazione di natura diversa. Il PIL contempla solo il dato economico come consumo, il prodotto come merce scambiata e consumata, non rientrandovi i passaggi intermedi, cioè i beni trasformati all’interno dei cicli di produzione.

Tutto quello che non è consumato, non è scambiato con valore in denaro, non diventa merce, non entra nel PIL, non è misurato, non contribuisce a definire lo stato dell’economia così calcolato. E non sto parlando “della bellezza della nostra poesia”, che sempre in quel discorso agli studenti del Kansas Robert Kennedy citava. Certo, anche quella c’entra col valore e con la qualità della vita. Ma mi sto sempre più convincendo che al PIL sfuggono i veri progressi economici, sfugga la reale misura dei beni.

Esempio: se io coltivo un orto e mangio quei prodotti ho di sicuro dei beni e dei consumi. Ma siccome nessuno avrà fatturato quei pomodori, quell’insalata, quel mio pasto non entrerà nel PIL. Vorrà significare che quei pomodori non esistono? Che io non li ho mangiati? Che per me non sono un bene? Certamente no. Ancora di più: se io ottimizzo i miei consumi energetici ed il mio stile di vita, riduco il mio impatto ambientale, il mio gravare sulle risorse naturali. Consumando meno energia produco meno inquinamento, e quindi io e tutto il pianeta ne guadagniamo, siamo più ricchi. Ma secondo il PIL, invece, siamo più poveri. Oppure: in Italia ogni anno gettiamo nel rusco l’equivalente del 3 per centro del prodotto interno lordo nazionale in prodotti alimentari non utilizzati. Prodotti che in senso reale non sono consumati, ma sono consumati, cioè scambiati come merce, nell’ottica del PIL. Se riuscissimo a non buttar via il cibo, a comprarne solo quanto ce ne serve, a non sprecarne più, il PIL crollerebbe d’improvviso del 3 per cento, qualche governante avrebbe un collasso da dato macroeconomico ma noi, tutti noi, staremmo meglio, anche e soprattutto con le nostre coscienze.

E mi sto convincendo che non si esce da questo buco di crisi senza invertire la rotta, che la formula della progressione geometrica non soddisfa le condizioni del mondo reale, e che la rana può scoppiare ma non diventa un bue. Ora, possiamo ricercare la formula della crescita all’infinito, l’equazione dell’iperbole sostenibile o possiamo pensare che non c’è sviluppo senza smettere di crescere nell’ottica del PIL, senza pensare a come pesare di meno e vivere meglio, senza immaginare corse su salite più ripide di quelle che conosciamo.

Sette mondi non li abbiamo: non possiamo pensare di consumarne più di uno.
Insisto, ma il concetto è come si redistribuisce, non come si producano ancora merci che nessuno più chiede. E come si realizzano economie diverse, capaci di tendere alla disponibilità equa dei beni per tutti, non al consumo bulimico di merci per pochi.
Una casa più efficiente, mezzi di trasporto che consumano meno, stili di vita più attenti, una maggiore responsabilizzazione etica e sociale fanno diminuire il numero ed il valore delle merci scambiate. Ma quella diminuzione di PIL è un buon segno. Sempre Robert Kennedy: “Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari”.
Possiamo scegliere: crescere meno in termini di ciclo produzione-scambio-consumo e crescere meglio in quanto parte di un organismo sociale diffuso ed ampio, o continuare così, ricercando l’impossibile sostituzione dell’essere con l’avere, nata da chi ha l’interesse a che noi si corra dietro la carota irraggiungibile legata a due palmi dal nostro naso.

Se spaccassimo il giocattolo, ci liberassimo dalla dittatura del PIL, forse potremmo vivere una vita migliore. Non è monachesimo ascetico o una romantica arcadia, è l’idea che si possa stare bene anche avendo solo ciò che ci serve realmente, non inseguendo quanto gli altri ci spiegano sia indispensabile. Significa pensare che 7 miliardi di persone non possono continuare a consumare come non ci fosse un domani. Pensare che alla fine della festa non ci saranno altri a rimettere a posto, che l’altro, chi c’è oggi e chi verrà domani, deve avere gli stessi diritti che ho io: e difficilmente gli saranno garantiti se l’unica cosa che troverà davanti sarà una sterile discarica di prodotti consumati solo per il gusto di scambiarli.

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