Le povere pecore savie

Negli ultimi tempi, chi guida il Paese dice continuamente che bisogna andare avanti come treni, che non ci si può fermare, che è necessario proseguire velocemente sulla strada delle riforme. E dato che lo stesso guida il partito a cui sono iscritto, anche quest’ultimo, nella sua maggioranza, ripete le medesime cose.

E se fosse sbagliata la direzione? Mai una domanda, un dubbio? Perché se questa è quella giusta, allora, fino a oggi, lungo quale abbiamo camminato? Se quella su cui marciamo ora con decisione è la via corretta, vuol dire che, più che una svolta, abbiamo fatto un’inversione.

Per esempio, prendiamo il “decreto Poletti” in discussione al Parlamento. Il testo è una schifezza, almeno se lo analizziamo rispetto alle parole d’ordine che, come partito, abbiamo usato fino a ieri. Aumenta la precarietà, rendendo acausali i contratti a tempo determinato, quindi stipulabili anche per mansioni e su posti chiaramente di natura indeterminata, e, di conseguenza, incrementa il potere ricattatorio del datore di lavoro sul dipendente. Ma invece di smontare questo meccanismo, il gruppo parlamentare del Pd si è posto  il falso target (non so quanto consapevolmente) della riduzione, da 8 a 5, del numero di proroghe possibili e, una volta raggiuntolo, ha provato a vendere questo risultato come il conseguimento di un importante traguardo. Ma quale? Quello per cui un contratto può essere prorogato tre volte in meno di quanto stabilito inizialmente dal Governo? Le proroghe, ovviamente, non sono poi il rinnovo o la stipula di un altro contratto; se ne possono fare cinque a un contratto di un mese, e al sesto fare un nuovo contratto e prorogarlo ancora?

Fino al limite dei 36 mesi, ovvio. E poi? Beh, con tutta la disoccupazione che c’è in giro, un altro a cui fare un nuovo contratto non mancherà di certo. Perché si determini l’obbligo di assunzione, infatti, la durata del rapporto deve superare i tre anni, quindi il datore di lavoro dovrebbe fare, al termine del periodo di 36 mesi, un ulteriore contratto. E perché dovrebbe? Se voleva assumere il lavoratore a tempo indeterminato, lo avrebbe fatto da subito, o comunque prima del terzo anno. De facto, è una violazione dello spirito della normativa europea che istituisce il limite dei tre anni per i contratti a termine; de jure, ovviamente, no.

Sempre parlando del “decreto Poletti”, alla Camera si era riusciti a stabilire una percentuale limite per il numero di contratti a termine stipulabili dalla stessa azienda, pari al 20 per cento (esclusi i “somministrati”; e già lì si apriva una porta enorme alle possibilità di aggiramento della norma), oltre la quale sarebbe scattato l’obbligo di assunzione. Una clausola di buon senso, che rimanda alle prime norme sulla contrattazione a tempo determinato della fine degli anni ’80 e che è in linea con quanto stabilito da diverse sentenze. Nulla, anche su quella si è tornati indietro, per pressioni del Nuovo (mica tanto) Centro Destra, e dall’obbligo d’assunzione s’è passati a una multa, sancendo il principio che chi ha soldi può comprarsi pure i diritti degli altri.

Una cosa che se l’avesse fatta Sacconi senza il Pd, saremmo in piazza a gridare allo scandalo; dato che Sacconi l’ha fatta col Pd, viene definita una norma soddisfacente anche da quella che fu la sinistra del partito (e infatti, Sacconi, della nuova versione del provvedimento, è felicissimo). Il testo peggiorato rispetto a quello già pessimo votato a Montecitorio, sarà ora approvato dal Senato, e poi di nuovo alla Camera, che, probabilmente, finirà per dare la propria fiducia allo stesso Governo su un testo differente per la medesima materia a distanza di poche settimane.

Oppure, consideriamo le riforme costituzionali. Sembrano, e molto, replicare quelle contro cui ci spendemmo nel referendum del 2006. Renzi, addirittura, parrebbe aprire alla possibilità del presidenzialismo dopo aver fatto la riforma del Senato e la legge elettorale (del fatto che sarebbe, nel caso, meglio discuterne prima, nemmeno a parlarne: qui si va di fretta, giusto?).

E sulle libertà di espressione e di critica diciamo qualcosa? Quando Berlusconi lanciava editti, noi eravamo in piazza a fare i girotondi. Ora che gli editti li lanciamo noi e siamo diventati insofferenti alle obiezioni, sembra quasi normale. Come sembra normale che il segretario del principale partito di centro sinistra si profonda in polemiche antisindacali, dicendo che le organizzazioni dei lavoratori lo attaccano solo perché lui sta togliendo loro potere (e finanziamenti), come molte volte negli anni del berlusconismo trionfante abbiamo sentito dire da destra. O come, ancora e stranamente, non desta nessuna impressione nel nostro modo di guardare le cose del mondo, il fatto che la ministra della difesa Roberta Pinotti, esponente del Pd, dica, prima ancora che la questione si ponga all’ordine del giorno, che “l’Italia è pronta a inviare una forza di pace in Ucraina”, dimostrando che anche per noi, ormai, la pace si fa con la forza e gli eventuali dubbi sull’opportunità dell’uso delle armi sono solo “demagogiche e anacroniste pulsioni antimilitariste” (divenute tali per d.p.R., credo).

È più forte di me e forse sbaglio, ma l’insieme di tutte queste cose disegna un quadro che non mi convince. Anzi, che mi preoccupa proprio. E non perché io sia prevenuto nei confronti del Pd, tutt’altro; se lo fossi, non mi sarei iscritto. Ma, sinceramente, credo che stiamo percorrendo una strada sbagliata, e per di più siamo intenzionati ad andare di corsa.

Ciò che più mi impensierisce, però, è il fatto che anche quelli che tutte queste cose che ho elencato non esiterebbero un minuto a condannarle se le vedessero fatte o dette da altri, ora se ne stiano in silenzio. Non discutono o addirittura approvano. Perché? Certo, c’entra la lealtà “alla ditta”, la correttezza nei confronti del proprio partito e del suo segretario, l’accettazione del risultato del congresso e dei nuovi equilibri di maggioranza. E poi, di sicuro, conta il timore che si possa compromettere il risultato elettorale delle prossime consultazioni europee. Sono tutti dubbi e questioni legittime, non lo nego. In più, chi sono io per criticare le scelte dei dirigenti? Loro sono stati eletti per guidare il partito, e forse, bisogna lasciarli lavorare senza discutere, anche se a volte lo fanno col piglio dei “padroni della masseria”.

Ecco, però, a proposito di masserie, anche gli armenti, quelle mandrie che rompono gli stabbi, come scriveva Rocco Scotellaro nella sua Noi che facciamo?, possono dare consigli saggi. E, a volte, pure nell’interesse del padrone. Perché non è detto che siano gli yes men a rendere al leader il servizio migliore, e non sempre chi disturba il manovratore lo fa per danneggiarlo. Con le parole della poesia citata: “Noi pur cantiamo la canzone/ della vostra redenzione./ Per dove ci portate/ lì c’è l’abisso, lì c’è il ciglione./ Noi siamo le povere/ pecore savie dei nostri padroni”.

Poi, per carità, voi siete liberi di pensare che quelli che dissentono siano solo conservatori nemici del cambiamento, soloni milionari, professoroni, parrucconi, gufi e rosiconi (e chissà questi che bestie tremende mai saranno).

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