Non chiediamo una mano, la pretendiamo

“Ora lassù le montagne sono deserte e franano”. Così scriveva Mario Rigoni Stern nel suo racconto Ciao Nuto. Perché quelle borgate ormai deserte delle loro Alpi, le venete di Rigoni Stern e le cuneesi di Revelli, Nuto, e quei campi abbandonati, franavano, quasi a voler seguire fino in pianura gli uomini che per secoli le avevano accudite e lavorate.

L’Appennino no, è diverso: frana quando decide di farlo, anche con gli uomini sopra. Come se volesse costringerli a prendersi cura di lui. A sud, poi, quella che su una cartina fisica pare la spina dorsale dell’Italia, scivola e smotta ciclicamente, quasi fosse normale, verrebbe da dire.

Giustino Fortunato individuava in quella debolezza del suolo una delle cause di arretratezza del Meridione. Carlo Levi, nel breve volgere del suo esilio fra le cedevoli argille dei calanchi alianesi, imparò che per i contadini di quelle lande le frane erano una circostanza non eccezionale, un evento consueto, una calamità inevitabile.

Ecco, tutto questo uno lo sa. Da sempre. E sa pure che la manutenzione del territorio in questo Paese è dimenticata, e quindi, con una simile disattenzione, frane, smottamenti, o alluvioni e allagamenti, diventano fenomeni abituali, eventi naturali, non certo eccezionali.

Eppure. Eppure quando vedi scivolare in basso il paese in cui sei nato e sei cresciuto, i costoni da cui hai ammirato i tramonti d’un porpora commovente spegnersi dietro le cime ancora innevate, oltre le foreste di querce e le faggete ai piedi del Raparo, verso il Sirino. Oppure, veder scendere quel muro rimasto che ci ostinavamo ancora a chiamare Castello o saper abbandonate le case nella parte vecchia, là dove la salita dal rione dove sei cresciuto tu e la tua famiglia da sempre, spiana leggermente e lo sguardo si apre, d’estate, su distese di campi di grano già segnati dalla mietitura.

Sì, bando al romanticismo: quello rimane nei ricordi quando ci si allontana. Oggi in quei luoghi ci sono le frane, e con quelle bisogna fare i conti.

Frane che, certo, hanno a che fare con la natura del terreno e con l’orografia. Ma che sono anche il segno dell’abbandono, della mancanza di tutela e conservazione del territorio. Come ha scritto Giornalettismo (che ringrazio anche per le foto, dolorose quanto significative), Stigliano è oggi il paese che si muove. E lo è perché quelli che dovevano farlo, non si sono mossi prima.

Non si è mossa la politica, che verso quei luoghi al massimo l’ha fatto quando c’era d’andare a prendere dei voti, oggi, per colpa delle strade che cedono e non solo, più difficili da trovare. Non si sono mosse le istituzioni, che spesso a quei posti non han volto nemmeno lo sguardo. Non si è mosso lo Stato, che lì è una cosa che al massimo capita, come le grandine o le frane, appunto; anzi, forse nemmeno, visto che queste ci sono e quello no, quello, a guardarlo da quei luoghi “è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte”, come scriveva Levi.

Perché là, forse davvero, riprendendo un titolo di Tahar Ben Jelloun, lo Stato non c’è. Quei territori sembrano ancora, con le parole di Fortunato, “un regno appartato e fuor di mano, il regno della discontinuità, con gl’ingrati labirinti delle sue montagne franose”.
Un posto, però, dove non è vero che nulla si muova. Si muovono le frane e si muovono molte, troppe volte, i suoi nati, tanto che, per tirarla nel personale, di quelli con cui son cresciuto, quasi nessuno è rimasto in paese.

Ma se chi va via soffre, non odia, e anche ora si muove. Con quello che ha, per quello che può. Giornalettismo se ne occupa, perché Maddalena, anche lei andata via, se ne occupa. E sui social network si muovono i tanti ormai lontani, cercando di sensibilizzare il più possibile gli altri, perché sanno che l’oblio e il silenzio può far più male delle frane. E allora “#frenalafrana” è l’hashtag di Francesco, che prova, con quello che ha, le sue parole, a far rumore. E “facciamo qualcosa?” è la domanda ossessiva che un altro Francesco rivolge a tutti quelli a cui può arrivare, e anche oltre.

Facciamola davvero qualcosa. Rompiamo gli stabbi, come invitava a fare Rocco Scotellaro, che sapeva quanto e come i padroni fossero capaci di gettare addosso agli ultimi la croce anche per le frane. Non lasciamo scivolare pure il ricordo e le parole come quella terra, che se respinge, sa però ancora accogliere.

A tutti chiediamo una mano. Anzi, da tutti la pretendiamo.
La pretendiamo dalla politica, che parla di sviluppo e pratica l’abbandono. La pretendiamo dalle istituzioni, che da noi chiedono d’esser riconosciute pure quando ci ignorano. La pretendiamo dallo Stato, che guarda alla nazione ma ci vede come carne migrante, cittadini in minore, se non proprio vuoti a perdere non molto di più che voti da prendere.

Noi da tutti loro pretendiamo una mano, un aiuto, un impegno concreto per salvare il paese in cui siamo nati e cresciuti, e che abbiamo dovuto lasciare. Oppure, non cercateci ancora, tanto non ci troverete: perché noi saremo là dove non sarete voi, dove le strade che state lasciando franare non arriveranno più.

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