Questa volta, c’era un altro modo

Questa volta, l’alternativa c’era, e una era già a Palazzo Chigi, voluta dagli stessi che l’hanno spazzata via ora. E c’era anche un governo, di intesa larga, nato e sostenuto per fare le riforme e, si sentiva dire, ritornare alle urne nella prossima primavera. E, così ci dicevano, c’era già un percorso avanzato per far una nuova legge elettorale in grado di assicurare governabilità e rappresentanza.
C’era, insomma, quello che, a sentire chi decise e votò allora le larghe intese, mancava ad aprile, quando si fece tutto di corsa. C’era, questa volta, il tempo per consultare gli iscritti e i militanti. Invece tutti, renziani e cuperliani (tranne Civati e quelli eletti nelle sue liste), in direzione hanno detto che le larghe intese, questo schema che oggi mostra corda e limiti, continueranno fino alla fine della legislatura. Noi non siamo stati consultati perché il nostro parere a quelli che hanno deciso in direzione e a quelli che voteranno in Parlamento, semplicemente, non interessa. Sono gli stessi che in questi giorni ci stanno spiegando, candidandosi e sostenendo i candidati nei congressi regionali, che un partito è partecipazione: ma quale partecipazione, di grazia? Di quale coinvolgimento parlate? A quale base elettorale guardate? A quella che vota e poi non disturba il manovratore? Che viene mobilitata con grandi messaggi e poi si fa il contrario? A cui si spiega l’eccezionalità del momento e poi lo si eternizza, perché l’importante è non cadere dal seggio?
Chiedetelo a loro, a quelli che hanno approvato ieri e a quelli che approveranno domani, di quale partecipazione parlano, a quale base elettorale pensano, che tipo di coinvolgimento hanno in mente. Chiedeteglielo in questi giorni di congressi regionali. Oppure no, non chiedeteglielo nemmeno. Per loro e per il presidente della Repubblica che hanno rieletto, il voto è una sciocchezza. Il vostro parere, la vostra opinione lo sono.
E quindi, davvero, cari dirigenti e parlamentari, #fatecomevolete, #faremocomepotremo.
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