Contando quei voti non dati

“È che ai partiti interessano solamente i voti validi”. C’è un fondo di verità in questa affermazione da “Bar dello Sport”. Anzi, di verità ne contiene davvero molta, pure se, come spesso accade alle affermazioni da bar, non si premura di spiegare meglio i contenuti di cui è portatrice.

Prendiamo i dati delle elezioni amministrative. Molti concordano nel dire che la scarsa affluenza è un problema di cui la “politica”, “i partiti”, “i politici” non possono non tener conto. Giustissimo; come lo sarebbe dire che “quando fa freddo, bisogna coprirsi”.

E il fatto che sia un’affermazione banale, lo dico a scanso di equivoci, non toglie che sia vera. Come vero è pure il ragionamento contrario: risponde a logica, ma è banale sostenerla.

Anche perché, a dirla tutta, è proprio quando la politica smette di essere la protagonista della vita pubblica che quel dato si verifica. E di questa circostanza, i partiti e i politici, e non “la politica”, devono interrogarsi, chiedersi il perché, chiedersi di chi sono le responsabilità. E rispondersi, in tutta franchezza: “nostre”.

Negli ultimi anni la politica ha ceduto terreno perché chi era chiamato a farla, partiti e politici, semplicemente, ha smesso di farla.

Che cos’è, che cosa dovrebbe essere, infatti, quella politica. Tante cose, ma in fin dei conti racchiuse tutte e ancora nella definizione che, fra i primi, Aristotele cercò di tracciare in forma organica: amministrazione della cosa pubblica, anzi, della πόλις intesa come insieme di chi la vive, delle sue istituzioni e dei suoi beni, per il perseguimento dell’interesse generale, per il bene di tutti. In estrema sintesi, la costruzione, la realizzazione di uno spazio pubblico per la partecipazione dei cittadini.

Spazio di partecipazione, dunque. E che cosa si fa, invece? Che cosa possono fare quei cittadini qui ed ora? Votare, al massimo e nella migliore delle ipotesi. Scegliere i propri rappresentanti, delegarli (che è funzione nobile, chiariamo) e poi assistere spesso, troppo spesso, al nulla che deriva da quelle scelte.

Perché, una volta scelti i politici attraverso i partiti, poi questi dovrebbero “fare” la politica, secondo quello che di questa dicevamo poco più sopra. Ma qui si inceppa il meccanismo.

Perché il decidere come “amministrare la polis” non è più compito della politica. Da troppo tempo ormai, la politica non è più quel πολιτικός di cui parlava lo Stagirita. Essa, viene sovente vissuta da chi la fa più secondo la definizione che ne dava Weber, vedendola cioè come aspirazione al potere, che come impegno ed azione per l’interesse generale.

Un potere che, però, è ormai diventato per la politica solo un simulacro, qualcosa che ne mantiene intatte le caratteristiche fenomeniche ed esteriori, potremmo dire “spettacolari”, ma che nei fatti ha smarrito tutte le sue implicazioni effettive e reali. Al massimo, esso è il terminale per un’altra funzione che sempre Weber imputava alla politica, cioè l’uso legittimo della forza, dell’imposizione attraverso gli strumenti dell’amministrazione, per dar corso alle scelte che si intendono portare avanti e renderle esecutive (e qui, ovviamente, nasce la confusione dell’intera azione politica con tutto e solo il potere esecutivo).

L’ambito di definizione di quelle scelte, però, non appartiene più alla politica, intesa come spazio di partecipazione dei cittadini, ma viene agito solo da altri poteri. Che a voler dirla tutta, sono pienamente “politici” nel senso della definizione weberiana ricordata poc’anzi, ma non hanno niente a che fare con la partecipazione, con il coinvolgimento, con la democrazia. Anzi, sono la negazione stessa della democrazia, e quindi della politica che di quelle pratiche aveva fatto bandiera, strumento ed unico ambiente della propria agibilità e legittimità.

Ma se quelle scelte sono determinate in quel modo ed in quei luoghi lontani e per nulla indirizzabili e controllabili dai cittadini, allora questi possono esclusivamente scegliere se partecipare alla selezione degli “esecutori” di decisioni già assunte, o astenersi. In ogni caso, non possono contribuire alla formazione ed all’orientamento di quelle medesime scelte.

Anche le interpretazioni che tendono a contenere e minimizzare il fenomeno “nuovo” dell’astensione, in un certo senso, sembrano confermare l’esistenza, fra gli elettori, di un giudizio di impotenza della politica. Roberto D’Alimonte, ad esempio, spiegava dalle colonne del Corriere della Sera di ieri, lunedì 10 giugno, che l’affluenza è calata anche perché il “voto di scambio si va sempre più assottigliando”. Ora, è chiaro che questa frase sottintende un ragionamento interessato, quello di non sottrarre legittimità agli eletti – cosa che non voglio assolutamente fare – e, anzi, togliere dal tavolo della discussione eventuali elementi di criticità nell’analisi e nella valutazione sullo stato attuale della politica “istituzionalizzata”. È però, ugualmente, un’affermazione che conferma, certo in autonomia rispetto alle intenzioni di chi l’ha asserita, quanto poc’anzi dicevo. Perché, infatti, un voto è sempre “di scambio”, è sempre dato per un interesse, individuale, generale, di categoria, di parte, di classe, di lobby, anche “solo” per cercare di contribuire a disegnare uno scenario più simile possibile alla propria visione del mondo. Dal voto dato, ci si attende sempre qualcosa “in cambio”, si ha sempre un interesse nel votare, non si va a votare perché non si ha di meglio da fare, per passare una domenica diversa, disinteressandosi di quanto potrebbe poi accadere in relazione a quello che si sta per fare. Certo, l’interesse per cui si dà quel voto qualifica la scelta e chi la compie. Ma in tutti i casi esso c’è, e quel voto viene “scambiato” per l’accoglimento (o la speranza dell’accoglimento) di quell’interesse. Se cresce l’astensione perché il “voto di scambio si va sempre più assottigliando”, vuol dire che di quello scambio, del proprio interesse, aspettativa, richiesta, i soggetti che si candidano alle elezioni sono sempre meno riconosciuti dagli elettori come controparte, come soggetti con cui contrarre il patto politico, con cui sottoscrivere un “contratto sociale” e da cui attendersi la piena o parziale esigibilità dei termini dell’accordo.

E se, come si diceva nei paragrafi precedenti, le decisioni che saranno messe in atto vengono definite in luoghi, per me cittadino, non più raggiungibili attraverso il processo elettorale, se non posso più “scambiare” il mio voto, usarlo per determinare o contribuire a determinare l’orientamento di quelle scelte (al massimo, posso determinare il nome ed il volto dell’esecutore delle stesse, e così, contrariamente alle probabili motivazioni dell’affermazione di D’Alimonte, a salvarsi dall’astensione è proprio il “voto di scambio” nell’accezione più negativa, più individualmente motivata), allora non m’interessa esprimerlo, portarlo a valore sociale, usarlo. E quindi, mi astengo.

Tutto questo, però, non è rifiuto della politica; al contrario. È una richiesta di politica costantemente inevasa che rinuncia a continuare nel chiedere partecipazione a chi non sa o non vuole offrirgliela. È la voglia di contribuire a scrivere il copione e non a scegliere solamente gli attori. È la volontà di determinare la scena, che viene preclusa e quindi preferisce non acquistare più il biglietto per lo spettacolo.

Il voto alle regionali dell’ottobre 2012 in Sicilia (terra come sempre anticipatrice di vizi e virtù italiche) aveva già sancito questo schema, con la metà dei cittadini che si astennero dal prendere parte a quella che ritenevano la recita della politica. Il voto in Friuli Venezia Giulia dell’aprile scorso lo ha ribadito. Il voto di ieri nella Capitale (e come a Roma in quasi tutte le altre città chiamate alle urne) lo conferma: la più grande città italiana è da oggi amministrata con l’assenza di scelta, l’astensione di più della metà dei propri abitanti (questo vale anche come risposta a quanti vedono nella legge elettorale per il Parlamento la causa della disaffezione dei cittadini ed in quella per i sindaci la cura per questo male).

Quindi, con questi numeri ed in questo schema, coloro che si candidano a governare e vincono sono oggettivamente minoritari, dato che la “vocazione maggioritaria” ormai segue la linea dell’astensione. Sarebbe un fatto politico di enorme interesse e non si dovrebbe discutere di altro; invece, a parte il solito fondo d’ordinanza, nessun dibattito seriamente fecondo si apre (né, temo, si aprirà) sulla questione.

E soprattutto, e purtroppo, vista la loro vocazione e funzione sociale, non si apre nelle forze politiche di sinistra e nella principale di queste, dando così ragione all’ipotetico frequentatore di quel bar di cui si diceva all’inizio.

Lo scenario che si sta disegnando già da anni (e che le elezioni per il Campidoglio e per le altre amministrazioni comunali confermano, ma non aprono né chiudono) interroga profondamente, rimettendo in discussione tutte le categorie interpretative, di quanti considerano il terreno della politica in maniera democratica. L’osservazione di questi fenomeni diventa un campo aperto, inesplorato ed arduo, per tutti coloro che cercano di capire la natura della necessaria analisi da fare sulla società che si sta delineando, un interrogativo forte per coloro che pensano, immaginano e intendono praticare la politica esclusivamente guardando agli effetti che essa ha sulla vita delle persone e soprattutto alla sua capacità di coinvolgere, nutrire aspettative e progettualità, far partecipare e rendere partecipi i cittadini.

Mentre, tutte queste riflessioni, come è ovvio e come si nota, passando totalmente nell’indifferenza di chi pensa alla politica come alla capacità pragmatica di risultare vincenti alle elezioni, che è questo sì un modo ideologico e, dati i numeri, minoritario dell’intendere la politica.

L’indifferenza alla gravità del problema da parte della “politica istituzionale” (fortemente miope visto che da questo problema potrebbe essere travolta), quando non la vera e propria giustificazione banale, sulla scia di quelle già si leggono fra le note di diversi politologi, sono una dimostrazione senza ulteriore necessità di spiegazioni di come, in quegli ambienti, si stia sempre più sviluppando ed affermando una cultura politica adattativa, improntata solo al mantenimento dell’equilibro fra i fenomeni, protesa alla propria sopravvivenza e chiusa nella difesa del proprio spazio e campo di azione, che si crede e finge legittimata dal corpo vivo della società mentre diligentemente si garantisce la propria prosecuzione esistenziale eseguendo le direttive etero-imposte dai vertici di poteri di altra natura.

Però, come si capisce dall’universo dei movimenti che nascono intorno ai problemi del quotidiano così come per la difesa dei temi più importanti e dirimenti per la vita sociale, dalla tutela di un particolare sito o dall’opposizione ad una particolare opera fino all’azione diretta per la salvaguardia dei diritti di cittadinanza o per la difesa dei beni di interesse collettivo, spesso la politica istituzionale non è l’unico interlocutore per la definizione dei percorsi di governo dei processi. Tutt’altro. Per ragioni differenti ed in modi diversificati, sovente essa non è proprio più l’interlocutore privilegiato, anche e soprattutto per colpa dei protagonisti della politica istituzionale. E mentre i soloni dell’istituzionalizzazione delle procedure politiche come unica via stringevano con forza la coperta consolatoria di quell’epiteto accusatorio di “minoritarismo” scagliato contro chi a questa si opponeva, i dati delle elezioni relegavano a poco a poco loro stessi in minoranza, ribaltando, a guisa di nemesi, i termini e gli orizzonti del discorso.

Gli atteggiamenti di distacco, fastidio, quando non repulsione rispetto alla richiesta di partecipazione che si sono visti troppo e spesso sui volti, fra i gesti e nelle parole di quei medesimi protagonisti istituzionali, paiono concorrere a confermare queste tesi. Negare ogni diritto di partecipazione che non segua nelle forme del proprio rappresentarsi le strade che non conducono più alla possibilità di cambiare le decisioni assunte, come si sta tentando di fare con sempre maggiore frequenza, per ora spinge nell’astensionismo o nella ricerca di altre soggettività di partecipazione, ma sempre nell’ambito del rispetto delle regole della convivenza pacifica.

Ma la continua e praticata chiusura di quei varchi di comunicazione orizzontale, quella superbia proterva, quel perpetuo edificare cinte e muri a protezione del “dentro” dalla vivacità mobile del “fuori”, fino a quando riuscirà ad esser contenuto nell’alveo della conciliante tenuta del sistema?

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