Modificare la Costituzione per modificare la Costituzione

No, non è un calembour riuscito male, né uno scioglilingua e nemmeno uno scherzo del “copia/incolla”. È, invece, il senso della mozione approvata, in stesura identica, dalla stragrande maggioranza dei parlamentari al Senato ed alla Camera, nelle rispettive sedute del 29 maggio scorso.

Con quella mozione, infatti, senatori e deputati hanno “impegnato” il Governo a predisporre e presentare alle Camere un disegno di legge per consentire, in materia di modifiche costituzionali e “per avviare una stagione di riforme (…) di ampio respiro”, l’attuazione di “una procedura straordinaria rispetto a quella di cui all’articolo 138 della Costituzione, che tenda ad agevolare il processo di riforma, favorendo un’ampia convergenza politica in Parlamento”.

Nei passaggi della mozione che ho citato, ci sono almeno due distinte ed importanti forzature rispetto ai principi della legalità costituzionale. Quali? La prima è, diciamo così, sull’individuazione degli attori del processo di riforma. La Costituzione prevede che le modifiche al testo siano fatte dal Parlamento. Il Parlamento, però, chiede al Governo di predisporre una “procedura straordinaria”, da sottoporgli poi per l’approvazione. I parlamentari, cioè, chiedono al Governo di scrivere una legge costituzionale che poi loro approveranno. E quale legge? Quella che modificherà l’art. 138, proprio l’articolo che dispone le modalità con cui si modifica la Costituzione. Mi sono avviluppato nel discorso? No, credo si siano avviluppati loro nella procedura.

Cerchiamo di andare con ordine e proviamo a dipanare la matassa.

Già a pochi giorni dal suo insediamento, l’attuale Parlamento si era prodotto in una singolare e spettacolare rinuncia della propria sovranità, allorquando, quasi interamente ed attraverso i rappresentanti dei gruppi maggioritari, si era recato dall’uscente Presidente della Repubblica a chiedergli di rimanere, siglando, congiuntamente, un patto per una maggioranza di governo preconfezionata dal Quirinale e le linee guida del programma da eseguire. E già lì, la Costituzione si era rivoltata fra le sue stesse pagine.

Ora, invece, cede un altro pezzo di sovranità: quello che i cittadini affidano a Senato e Camera, luoghi della rappresentanza, proprio per eventuali e puntuali modifiche della Carta. Questo potere, i parlamentari lo cedono al Governo, che è l’ambito di azione della maggioranza, e lo cedono sulla definizione delle regole stesse con le quali si effettuano quelle modifiche. Non vi suona un campanello?

La Costituzione, proprio in quell’art. 138, affida al Parlamento lo strumento delle modifiche perché, come si diceva, è quello il luogo della rappresentanza, della mediazione degli interessi e della tutela delle minoranze. Se questo, però, delega al Governo (pur “fermo restando il diritto di ciascun senatore e deputato (…) di presentare emendamenti”, come si legge nella mozione) l’azione di indirizzo e predisposizione delle modifiche al testo che dispone le stesse regole per le modifiche, è chiaro che si configura, sull’eventuale ipotesi di riforma che poi andrà in discussione per l’approvazione del Parlamento, una maggioranza precostituita, la stessa che sorregge il Governo. E questa, per quanto ampiamente larga sia, è sempre e solo “maggioranza” (al singolare e, nel caso specifico, anche singolare), cioè parzialità. L’idea e lo spirito delle riforme costituzionali, invece, andava proprio nel senso di garantire “maggioranze” (al plurale e, quanto più possibile, plurali), liberamente prodotte nella dialettica parlamentare.

Un dettaglio? Non proprio, visto che si tratta di scrivere le regole con le quali si cambia il funzionamento del sistema.

Guardandolo da fuori, appare come un comportamento quantomeno curioso, non credete? È come se i nostri rappresentanti parlamentari confondessero il piano della maggioranza di governo con quello delle eventuali diverse maggioranze che potrebbero prodursi nell’esame dei differenti titoli e dei singoli articoli o parti di essi oggetto di modifica, quasi che ci fosse confusione fra ambito della esecutività ed ambito della rappresentanza.

D’altronde, però, lo stesso Letta nel suo discorso per l’ottenimento della fiducia aveva legato la tenuta della maggioranza che lo avrebbe sostenuto, e che lo sostiene ancora, alle modifiche costituzionali (fissando in quello anche il momento di avvio per il calcolo della scadenza del suo governo a “larga conservazione”). Anche Napolitano, dopo tutto, non ha fatto e non fa che ricordare l’impegno preso dai parlamentari con la sua rielezione e con il voto di fiducia al Governo: più che un dubbio, l’idea che ormai i piani del governo, limitato all’azione esecutiva, e quello della rappresentanza, da tener presente per le riforme, coincidano nella visione di molti di quegli stessi rappresentanti istituzionali, appare quasi una certezza.

Ma la forzatura che, a mio avviso, appare più significativa, tanto da disegnarsi quasi come una vera e propria rottura rispetto alla legalità costituzionale, è un’altra.

Molti costituzionalisti spiegano che nella Costituzione italiana c’è un insieme di principi intangibili, una sorta di “nucleo duro”, come lo definiscono gli stessi esperti. Fra questi rientra anche la forma propria della nostra Costituzione, che è, stando alla terminologia tecnica, di natura “rigida”. In una Costituzione così fatta, la procedura di revisione può essere solamente quella prevista dalla stessa Costituzione, nel nostro caso dall’articolo 138. Quindi, se il suo essere “costituzione rigida” è un aspetto non oggetto di modifica, rientrante in quel “nucleo duro”, lo è anche l’articolo 138, che dispone le modalità dell’iter di revisione. In sostanza, una legge costituzionale, come sarebbe quella per la modifica dell’art. 138, non potrebbe non essere conforme a quanto disposto da quello stesso art. 138 così come oggi esso è formulato.

Ecco perché, provare a modificare quello per poi scardinare e cambiare (magari addirittura con un’unica legge, come lascia paventare il testo della mozione approvato alle camere, nell’ultimo punto dove si fa anche  riferimento, bontà loro, alla possibilità “richiedere comunque, (…), la sottoposizione a referendum confermativo”) l’intera seconda parte della Carta è un bel po’ al di là delle prerogative del Parlamento, ancora di più se esso subappalta al Governo le procedure di indirizzo di un simile processo costituente.

“Ma – mi si potrebbe obiettare – il Parlamento è espressione della sovranità popolare”. Certamente. Ma quella sovranità, come recita l’articolo 1 della Carta, si esercita “nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione”. La quale prevede sì la possibilità delle modifiche al suo testo, ma secondo quanto disposto dall’art. 138 appunto.

Questo Parlamento, così facendo, cambia il tempo al participio usato come aggettivo per descrivere il potere di cui è espressione: esso è potere “costituito”, ma si scambia per “costituente”. Di più, esso ha una composizione numerica frutto di un premio di maggioranza conquistato proprio in virtù di un meccanismo elettorale esso stesso oggetto di valutazione presso la Consulta circa la sua regolarità costituzionale: siamo proprio sicuri che abbia la legittimità non a modificare un articolo della Costituzione, ma a riscriverne una parte così corposa e fondamentale come quella sull’ordinamento politico ed istituzionale della Repubblica, cosa che quella mozione si pone come obiettivo?

La retorica dell’emergenza non può stravolgere l’intero assetto del nostro sistema democratico, ma, soprattutto, non può essere usata come pretesto per “alleggerire” le procedure di revisione costituzionale, che sono state pensate e volute con un meccanismo definito dai giuristi “aggravato” proprio per sottolineare la necessità di ponderare e far decantare al meglio le scelte sulle modifiche da apportare.

Dopo tutto, proprio la situazione di crisi e di emergenza sconsiglierebbero cambiamenti così radicali, se è vero, come ci dice Elster, che una costituzione è quell’ordinamento che “un popolo si dà nel momento in cui è sobrio per servirsene nei momenti in cui è sbronzo”.

Prevengo due obiezioni. La prima: ma come posso io ergermi a commentatore di una materia così complicata? Beh, se la mozione votata alla Camera, ad esempio, porta, come primi firmatari, i nomi di Speranza e Brunetta, posso e come.

La seconda: ma allora, dati i numeri di cui dispone l’allegramente larga maggioranza, non si può fare proprio nulla per evitare che vengano stravolte le regole attraverso le quali si mette mano alla Costituzione e poi, a quel punto, anche su tutti gli altri pezzi a piacere? Con simili forze numeriche in campo, non si può proprio evitare che la Carta costituzionale diventi una Costituzione à la carte?

Non esattamente. Perché Saragat, Terracini, De Gasperi, Einaudi, Lombardi, Croce, La Malfa, Nenni, Togliatti, Dossetti, e continuante voi l’elenco, avevano lo sguardo un po’ più lungo di quello di Speranza e Brunetta.

Infatti, un’eventuale modifica dell’articolo 138 sarebbe, come ricordato, una legge di natura costituzionale (così come sarebbe una modifica sostanziale pure l’istituzione del comitato bicamerale ipotizzato sempre in quella mozione, che si inserisce in una logica di aggiramento delle procedure di revisione della Carta già provato nel 1997 con l’altra “Bicamerale”: non proprio un buon viatico per le prospettive di riuscita di tutta l’operazione, direi).

Quindi, questa eventuale legge di modifica dell’art. 138 dovrà essere oggetto di doppia lettura da parte delle Camere con un intervallo di almeno tre mesi e, soprattutto, potrà essere sottoposta a referendum popolare se entro tre mesi dalla sua approvazione ne faranno domanda “un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. (Certo, la legge di modifica potrebbe essere “approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”, evitando così la possibilità di richiedere un referendum. Una possibilità concreta, visto che la stessa maggioranza che sostiene il governo Letta – e che ha votato Napolitano – potrebbe trovare quei numeri. Ma in quell’ipotesi, dato che il disegno di legge in questione lo scriverebbe il Governo e lo voterebbe solo la parte che lo sostiene, non si dovrebbe parlare di “modifica della Costituzione a colpi di maggioranza”?)

In caso di richiesta di referendum (scommettiamo?), tutti i progetti di modifica rimarrebbero sospesi in attesa del responso delle urne. E se poi l’esito referendario fosse negativo per i propositi costituenti dei componenti della maggioranza del “tutti insieme appassionatamente” , i loro disegni crollerebbero con tutta le retorica del “non ci sono alternative”. (Ricordo, en passant, che l’architrave delle modifiche costituzionali che con quell’alleggerimento del modello di revisione si vorrebbero far passare di gran carriera, stando a quanto dicono e dichiarano i “professionisti” della maggioranza, sono sostanzialmente simili, nell’impianto, a quelli bocciati dal referendum del 2006; qualcuno ricorda come erano allora disposti i giocatori sul campo?)

In quel quadro, però, sorge spontanea anche un’altra domanda: ma i 18 mesi entro cui andava preferibilmente consumato il Governo Letta, da quando decorrerebbero?

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