Scriveva Simone Weil, in un articolo apparso su L’École émancipée il 5 febbraio del 1933: «il partito comunista tedesco è giunto a mettersi al rimorchio del movimento hitleriano sul terreno della propaganda nazionalista. Esso ha accordato ampio spazio, e talvolta, particolarmente in periodo elettorale, il primo posto, alle rivendicazioni nazionaliste, alla lotta contro il sistema di Versailles, alla parola d’ordine “liberazione nazionale”. In occasione delle elezioni del 31 luglio, ha accusato i social-democratici di tradimento, non solo verso la classe operaia, ma verso il paese (Landesverräter). Di più, ha pubblicato come opuscolo di propaganda, e senza commento, la raccolta di lettere in cui l’ufficiale Scheringer spiega di aver abbandonato il nazionalsocialismo per il comunismo, perché il comunismo, grazie alle prospettive di alleanza militare con la Russia che comporta, è più adatto a servire gli interessi nazionali della Germania […]. Che pensare di un partito rivoluzionario il cui Comitato Centrale ha detto in un appello lanciato in vista delle elezioni del 6 novembre: “Le catene di Versailles gravano sempre più pesantemente sugli operai tedeschi”? Sono dunque le catene di Versailles che il proletariato tedesco dovrebbe spezzare e non quelle del capitalismo? Il Comitato Centrale può poi anche aggiungere che solo una Germania socialista è in grado di spezzare le catene di Versailles, nondimeno la sua formula rappresenta un prezioso aiuto per i demagoghi hitleriani, i quali cercano innanzitutto di persuadere gli operai che la loro miseria è dovuta al trattato di Versailles, e non al fatto che tutta la produzione è subordinata al profitto capitalista. In generale, la borghesia di ogni paese si sforza sempre, nei momenti di crisi, di volgere il malcontento delle masse operaie e contadine contro i paesi stranieri, evitando così di doverne rispondere essa stessa. In Germania, il partito comunista si è associato pubblicamente a questa manovra a dispetto della grande sentenza di Liebknecht: “Il nemico principale è in casa nostra”». (L’articolo fa parte di una serie di dieci in cui la filosofa e attivista descriveva la situazione politica in Germania alla vigilia della piena presa di poteri da parte di Hitler, ripubblicati come unico saggio all’interno nelle opere complete dell’autrice dall’editore Gallimard nel 1988 – t. II, vol. 1, pp.141-191 –, qui da S. Weil, Sulla Germania totalitaria, a cura di G. Gaeta, Adelphi, 1990, pp. 113-115).
Leggere quelle parole e provare a sostituire Bruxelles con Versailles, rischia di chiudere lo stomaco per il parallelo che si disegna quasi in automatico fra tutto quello di cui la Weil fu testimone nel suo soggiorno berlinese e gli anni che, immediatamente dopo, spinsero l’Europa nell’abisso più nero in cui poter cadere. I paragoni immediati tra il passato e il presente hanno sempre il vizio della superficialità, ma dobbiamo tuttavia porci la domanda più difficile: è tanto diverso quel che accadde da quanto vediamo? Non è forse anche nelle dichiarazioni dell’attualità che si sente, pure da sinistra, l’attribuzione di colpe oltre confine (o alle minoranze escluse dalla cittadinanza; e qui, il paragone col tempo in cui scriveva la pensatrice francese, fa ancor più rabbrividire) per situazioni interne che han responsabili ben più vicini? Non cade ancora oggi in quel tranello, chi parte per difendere gli interessi degli sfruttati dal sistema e finisce per consegnarli alla versione più comoda per le classi dominanti?
Sembrano parole del secolo che fu, lo so; ma ne sento altre arrivare dalle stesse pagine che credevamo definitivamente consegnate alla storia, e mi chiedo se non si debbano ripercorrere le analisi più lucide e attente, come quelle della Weil, appunto, per evitare di ripercorrere atrocemente gli stessi passi. Sui quali si inizia a camminare nuovamente, non appena al conflitto tra interessi di parti distinte in una società si sovrascrive quello fra queste immaginate coincidenti nell’unico alveo della “nazione” e altre, con le stesse dinamiche e contrasti interni, ma situate al di fuori di questa e, per ciò stesso, concorrenti e avverse, nemiche.
Ancor più visti gli scenari elettorali e post che davanti ci si parano.