«Bisogna saper scegliere in tempo».

«Non arrivarci per contrarietà». Continua così Eskimo di Guccini, dopo il verso che fa da titolo a questo post. Ed è esattamente quello che mi viene in mente, leggendo tutte le critiche che da un po’ di tempo arrivano a Renzi da parte di quelli che, appena qualche anno fa, lo disegnavano quale il miglior politico che l’Italia avesse avuto, almeno dai tempi migliori della sua storia repubblicana.

In quelle condanne comuni al Renzi di oggi, però, sento il riverbero dell’identico conformismo che animava gli osanna collettivi allo stesso di ieri. Pessime sono quelle degli ex amici, di quanti l’han supportato, a parole o nei fatti, convintamente d’accordo sulla sua visione del Paese e della società. Peggiori, mi si permetta di dirlo, quelle di chi, non amandolo, lo ha sostenuto non perché con lui d’accordo su qualcosa, non perché vedesse nella sua azione di governo il dispiegarsi di idee positive, ma perché, e solo perché, con lui si vinceva (o nutriva la speranza che così potesse essere). Se per i primi posso ricorrere alle pagine di tanta letteratura in materia, per i secondi ne trovo poche, se non rovistando fra quelle che raccontano i periodi meno commendevoli della vicenda umana.

Ora non sto difendendo Renzi, ma nemmeno riesco a unirmi al rancore corale dei tanti che, adesso e solamente adesso, ne scoprono limiti, pecche e difetti, proprio perché non mi associai al canto entusiasta o interessato che gli stessi intonarono allora. Oggi e solo oggi, il nostro, è interessato al potere, tanto da prospettare la caduta di esecutivi che formalmente sostiene, o non fu così pure con Letta, ben prima di Conte, con voto unanime (non lo era, ma se ricordassi qui i nomi di quelli che non si adeguarono all’epoca, potrei dare l’impressione d’esser animato da partigianeria) della direzione del Pd? Solo adesso si vedono i risvolti di desta nelle politiche che ha in mente? O non c’erano forse già tutti e prima, nel jobs act, nell’attacco ai capisaldi dello Statuto dei lavoratori, nella Buona scuola, con tanto di chiamata diretta dei presidi, nel Piano casa, con le risposte securitarie, patrimonio della reazione più dura, in tema di taglio delle utenze e negazione dell’accesso alla residenza per i costretti all’occupazione senza titolo di immobili vuoti, nel piano per le “grandi opere” che piacevano tanto ai governi del Caimano, nella torsione governista dell’assetto dello Stato, un tempo terreno esclusivo di quelli che guardavano al presidenzialismo forte, nella riduzione degli spazi di partecipazione e scelta attraverso una legge elettorale e modalità di individuazione dei rappresentanti quale soluzione retriva ai problemi della politica e dei partiti, eccetera, eccetera, eccetera?

Che poi, Caimano. A Berlusconi piace persino il reddito di cittadinanza, al di là delle problematiche spicciole di gestione e ruberie e perché, dice il già cavaliere, «gli importi che sono finiti a dei furbi che non ne avevano diritto, sono davvero poca cosa rispetto alle situazioni di povertà che il reddito è andato finalmente a contrastare»; è Renzi che lo odia nelle fondamenta ideologiche e lo vede come il «reddito di criminalità» , tanto da avversarlo adesso e non averne mai creato uno vero e migliore negli anni del suo governo.

Senza che i critici attuali, su tale mancanza, al tempo eccepissero.

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