Il quarantennale sulla ricostruzione, nel senso della legge

Del 23 novembre del 1980, su questo spazio, più volte se ne sono ricordati alcuni momenti. I miei, certo, i ricordi e le sensazioni, i dettagli. I fatti e i numeri della catastrofe li sapete, e fanno male tutti. I bambini nella chiesa di Balvano, il nulla di polvere e detriti nell’abitato antico di Castelnuovo di Conza, le case sventate di Sant’Angelo dei Lombardi: novanta minuti di scossa, quasi tremila morti, centinaia di paesi colpiti. E trecentomila sfollati.

Il 1981, poi, fu l’anno della ricostruzione. O meglio, l’anno della legge sulla ricostruzione. Negli anni, son successe tante cose. Di molte si è letto tanto, e poche volte è stata una lettura piacevole. All’emozione per il dolore condiviso e alla spontaneità dei soccorsi, sono seguite pagine poco edificanti, nel ruolo delle istituzioni e nei comportamenti dei singoli. E persino quando quella ricostruzione si fece, e se ne fece tanta, l’impressione è che i fondi furono spesi con un’idea di sviluppo che già allora mostrava la corda, il fiato corto. Pochi furono i progetti con uno sguardo largo e comprensivo di diversi e differenti ambiti, quasi nulli quelli in campo sociale e culturale, nessuno (e ho purtroppo poco timore d’esser smentito) di respiro più ampio della durata del finanziamento stesso. E vedemmo lo sviluppo; che fu effimero, come quei «bivacchi di fuochi che dicono fatui/ che non lasciano cenere, non sciolgon la brina».

È probabile che, qualora un diverso tipo di intervento fosse stato attuato, il risultato finale non si sarebbe, nei fatti e negli effetti, discostato da quello che comunque si è avuto. Ma nemmeno si provò a farlo. E anzi, se all’epoca si fosse detto che quello non era il modello migliore, che quegli interventi tutti nuove costruzioni e consumo di suolo non erano il migliore dei modi possibili, di sicuro si sarebbe stati additati quali “nemici dello sviluppo”. Già, lo sviluppo.

L’età che ho ora e il tempo che da allora è passato mi aiutano a superare il rancore, ma non leniscono la tristezza per i ricordi di quelle terre che sempre segnavano il paesaggio. E la tragedia del ricordare è sempre legata al fatto che non son tutti brutti o tutti belli i ricordi che si hanno. I prefabbricati leggeri che si facevano borgo ai margini delle città, con tanto di trattorie da frequentare per la qualità indiscussa delle pietanze, i container divenuti casa, per anni, di amici e parenti, le gru, le ruspe, i carrelloni a due o più assi che venivan buoni, e ce n’eran tanti, per farci persino i carri a Carnevale.

E quel tavolo in cucina che trema, e le scale a rotta di collo, e il sedile posteriore della Kadett di papà, e le braccia di mamma e una coperta verde per scacciare via la paura e il freddo di una notte d’autunno inoltrato, di quarantuno anni fa, di un bambino che ignorava ancora la fortuna avuta in quella domenica sera, e quanto, poco più in là del profilo oscuro dei monti oltre il parabrezza, fosse vero e duro il dolore vissuto da altri come lui.

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