«C’è chi aspetta la pioggia»

Ne parlavo qualche giorno fa, con due amici in una diretta in cui veniva discusso il tema d’un mio modesto contributo a una per il resto ottima rivista, Ossigeno, che v’invito a prendere in considerazione, se non l’avete già fatto. C’è, si diceva in quell’occasione, all’interno dei partiti e, fra questi, in modo particolare in quello che più degli altri ancora conserva la forma tradizionale, una sorta di conformismo e adeguamento al leader di turno che sinceramente appare eccessiva anche in un firmamento, come il nostro, in cui pochi sono gli astri a brillare per coerenza.

Ora, per esempio, nel Pd sono tutti lettiani. Meglio: sono di nuovo tutti lettiani. Perché lo sono stati già, circa una decina d’anni orsono, quando, alla sua investitura per Palazzo Chigi coi voti di Berlusconi, si diceva non ci fossero alternative. Pochi mesi dopo, quelle alternative le trovarono gli stessi che le escludevano, salutando Letta e votandosi al nuovo: Renzi. Riandare indietro così tanto, in effetti, potrebbe non aver molto senso, nei tempi veloci della politica odierna. E allora, proviamo a stare in orizzonti temporalmente più ristretti. Nel settembre del 2019, dopo i fasti per Salvini infausti del Papete, schiere di parlamentari dem assicuravano che mai avrebbero contribuito alla nascita di un governo con i grillini. Nemmeno il tempo di finire il tweetcon l’hashtag #senzadime, che già a nugoli, gli stessi, si precipitavano a giurare da ministri o sottosegretari. E appena ieri, ricordate il motto ottimamente sintetizzato da Bersani, ma attribuibile a buona parte del suo ex partito: «l’alternativa a Conte è Conte»? Appunto.

Se finora ho provato a giocar sui toni e i ritmi della celia, voglio provare a dare un mio punto di vista sul perché di queste evoluzioni, che era poi quello che i due amici un po’ mi chiedevano nella serata ripresa all’inizio. Il Bersani citato poc’anzi, durante la stagione renziana del suo partito e prima che persino lui l’abbandonasse, spiegava non di rado, a chi gli contestava decisioni e votazioni contrarie a quanto fino al giorno prima aveva politicamente sostenuto, che quelle erano state dettate «dal senso di responsabilità e dalla lealtà verso la ditta». Ecco, la sintesi credo sia perfetta e tutta in quella definizione: «ditta».

Cos’è una ditta? Il termina sta a indicare la denominazione commerciale di un’impresa, e nel linguaggio comune e per estensione, col significato in cui lo usava Bersani, l’impresa stessa. In sintesi, in una visione politica legata al valore delle idee e dei concetti che esse rappresentano, di sicuro non qualcosa «per cui battersi e morire», e neanche per cui vivere, a meno che non se ne sia i padroni e all’interno di una visione idealistica e d’un concetto di capitalismo romantico che forse non c’è mai stato. Al massimo, e tutt’al più, essa è qualcosa che  da vivere. E come si può usare quella definizione per un partito, per un soggetto politico a cui si dovrebbe appartenere per comune condivisione degli obiettivi e dei metodi per raggiungerli? Un po’ difficile, non trovate? A meno che proprio questo non sia ciò che dà da vivere.

È pessima come osservazione, lo so. Però, pure spingendola al di là del dato materiale di schietta sopravvivenza, rimane il fatto dell’inspiegabilità di quel comportamento, se non inserito nel complesso di una visione “lavoristica” della politica e della partecipazione alle sue forme e alle diverse organizzazioni. Si sta lì perché lo si fa perlavoro, si è parlamentari, ministri, assessori, consiglieri perché quella è la propria professione e, come in tutte le professioni e i lavori, si fa ciò che il superiore di turno chiede e vuole. E se ciò è contrario a quanto si vorrebbe fare, non è un problema: il mestiere è mestiere, poche chiacchiere e diamoci da fare per fare quel che si deve fare.

A questo, però, per aggravio di dolore, va aggiunta la natura della formazione avuta da molti di quelli che vedono nel partito la propria «ditta», con particolare riferimento alla parte di cui parlo in questo post e che m’interessa per collocazione personale. Molti vengono dal Pci, e tanti nella temperie culturale di quel partito-chiesa sono cresciuti: si sta col segretario, perché è il segretario. Non si può osteggiarlo, non si possono avversare le sue decisioni né discordare profondamente da esse fino al punto di metterle in discussione, e coloro che chiedono quel «diritto al dissenso» già invocato da Ingrao durante l’XI Congresso del Partito comunista italiano, nel lontano 1966, sono ancora guardati con sospetto, portatori di un’autonomia che può divenire, ai loro occhi, pericolosa slealtà.

E sono questi ad aver nel profondo informato della propria visione delle cose e dello stare nelle organizzazioni politiche il partito di cui ci tocca ancora commentare i rivolgimenti. Ed è per questo che sono i cambiamenti repentini e ripetuti di quanti a questa tradizione guardano e s’ispirano, quelli che danno più il senso di smarrimento nel provare a capire e che, al contempo, meglio si confanno a sostenere l’ipotesi che qui ho provato a enunciare, senza la presunzione d’aver compreso, né l’ambizione dell’esaustività.

Poi, dopo, magari trascorsi degli anni, questi nuovi come i loro predecessori sono pure pronti a riconoscere l’errore, se nel caso gli avvenimenti si dimostrassero in tutta la loro palese evidenza. Come fece, per citar casi alti e importanti, Napolitano nel 1986 sui “fatti d’Ungheria” del ’56, affermando che la ragione, all’epoca, stava dalla parte di quelli come Antonio Giolitti o Giuseppe Di Vittorio – ma anche Pietro Nenni e il Psi del tempo, va ricordato –, e che però, all’epoca, vennero accusati di appoggiare una «rivolta imperialista», secondo la tesi di chi, dinnanzi alla violenza dei carrarmati sovietici, altro non trovò da dire e fare se non tacere e bere «un bicchiere di vino in più».

I lealisti alla «ditta» nuotano in «quest’acqua qua»; sono cresciuti così, e così sono diventati ciò che sono. Rifuggono la solitudine intellettuale perché, per loro, metterebbe a rischio tutto quello in cui credono, e pertanto, non avendola mai praticata, ne sentono il dolore; perché solitudine, certo, e perché sconosciuta, come farebbe male la luce ai prigionieri nella caverna immaginati da Platone.

Persone a cui culturalmente si è voluto bene, le si scopre vittime delle loro peculiarità. Come di coloro che aspettano la pioggia per non piangere da soli di cui cantava De André, immalinconisce il guardarli spegnersi fra le gocce di quel che da sempre hanno atteso.

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