Perché il vaccino non si chiami privilegio

«Perché quindi non permettere a chi ha completato il ciclo di vaccinazioni di riprendere una vita normale? L’Europa sta pensando a un passaporto vaccinale che consenta a chi è protetto di spostarsi liberamente; negli Stati Uniti chi è vaccinato può evitare la quarantena se entra in contatto con positivi, non deve fare il tampone e può incontrare altre persone senza utilizzare la mascherina (a meno che non incontri persone a rischio o non frequenti luoghi affollati). Non sarebbe dunque questa la migliore motivazione per spingere gli italiani ad aderire alla campagna di vaccinazione? Rivediamo le regole per chi è vaccinato: basta tamponi e quarantena (a meno che non ci siano sintomi), libertà di spostamento tra regioni, possibilità di non usare la mascherina all’aria aperta, accesso a musei, bar, ristoranti e palestre. Iniziamo immediatamente a programmare quello che tra poche settimane diventerà un’esigenza, perché saranno proprio i vaccinati a poter rilanciare l’economia del paese».

Quella qui sopra è la proposta che, dalle colonne dell’edizione veneta del Corriere della Sera, lancia l’immunologa Antonella Viola. Perché, in sostanza, non ridare la vita di prima a chi è vaccinato? Già, perché? Beh, potrei rispondere alla domanda acuta della scienziata con l’imprecisione che m’è propria: perché non a tutti è ancora data la possibilità di farlo, quel vaccino? Io capisco il senso della sua idea, puntualmente spiegata nel suo articolo: motivare e sostenere la campagna di adesioni alla profilassi. Perfetto, non c’è altro da aggiungere; anche io non capisco le mille eccezioni e la ritrosia al vaccino, per non dire le scriteriate sortite dei no-vax (dando però a quest’ultimo fenomeno le giuste proporzioni e senza oltremodo ingigantirlo). Tuttavia, a qualcuno potrebbe star stretto vedere gli appartenenti ai gruppi scelti come prioritari per la vaccinazione – e non solamente quelli fragili, per età o patologie – liberi di fare tutto ciò che si poteva fare fino a un anno e mezzo fa, mentre per sé ancora è negato, e non può far altro che aspettare che l’autorità che lo costringe a seguire tutte quelle limitazioni si decida a chiamarlo. In sintesi, il ragionamento della scienziata non farebbe una grinza, se il vaccino fosse già stato offerto a tutti e per tutti disponibile. Ma siccome così ancora non è, pure al mio orecchio poco incline al retropensiero parrebbe stonato sentire la stessa autorità che m’impone regole rigide e limitative, e che non mi dà la possibilità di fare il vaccino, perché a me fa precedere altre categorie, concedere a queste, proprio in virtù di quella somministrazione, le libertà che mi nega; nei fatti, sarebbe come se quell’autorità scegliesse quali gruppi possano vivere liberamente e quali no. E ripeto, non parlo dei soggetti fragili, ma di tutti quei lavoratori considerati indispensabili.  

Il rischio, a modesto avviso di uno che non è virologo e non finge di capirne, è che, moralmente e socialmente, si ingeneri la percezione che quel vaccino sia un privilegio, che ad alcuni è dato, ad altri no. E ripeto, non sto parlando delle categorie a rischio, ma sto dicendo che qualche “partita Iva” quarantenne potrebbe prendere male il fatto che lui, disposto a fare il faccino oggi, meglio, ieri, non potrà farlo prima dell’autunno, mentre un insegnante («che peraltro», sarà il condimento della lamentela, «nemmeno deve andare a scuola, perché le hanno chiuse, costringendomi a portare i bambini dai nonni, mettendoli a rischio») l’avrà già fatto e avrà, pertanto, la libertà di fare quel che al primo è negato («oltre che percepire quel reddito sicuro che l’altro ha perso», non dimenticheranno di sottolineare i critici).

Capisco la tesi e colgo il risvolto pratico, dato dalla possibilità di rendere alla vita pre-pandemica tutti quelli che possono a essa esser resi, perché così si convincono in più a farlo e perché in quel modo, da subito, un numero progressivamente crescente di persone avrà modo di sostenere in concreto il ritorno a una situazione migliore e meno problematica. Nondimeno ho quel timore, che quel certificato sanitario diventi così attestazione d’un privilegio di ceto.

E che abili imbonitori sfruttino questa circostanza per cavalcare il malcontento.

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