In effetti, ha ragione la presidente del Pd

«È un momento molto complesso per la storia del Partito democratico. Non ci siamo sottratti al confronto, io ho ascoltato anche le dure critiche che sono state fatte, promosso l’autocritica. Ma una comunità va rispettata, è fatta di persone, del lavoro e dell’impegno di tanti che anche nei territori hanno sempre portato avanti l’idea di un partito fondato su valori e principi ben saldi. Ciò che è stato detto, la definizione data di “partito tossico”, è un’offesa a tutta la comunità del Pd e non è per nulla costruttivo, è solo distruttivo».

Come dar torto alla presidente del Pd, Valentina Cuppi, quando così risponde a Mattia Santori, non tanto nel tentativo di quest’ultimo di “occupare il Pd”, qualsiasi cosa voglia dire, per aprirlo, come una scatola di sardine, immagino, quanto per le sue parole rilasciate a Repubblica, in cui definisce il partito del Nazareno «un marchio tossico» e spiega di non aver intenzione di iscrivervisi perché è tempo di lasciare, testuale, «che i morti seppelliscano i loro morti». Ora, a me, l’ultima affermazione di Santori, più che all’Altissimo di cui parafrasa il Vangelo, rimanda al sedicente “elevato”, quando, appunto, «morti» chiamava partiti e politici italiani. Dopotutto, le affinità tra sardine e grillini ci sono e sono tante. Un po’ meno, devo ammettere, quelle tra i due leader in questione; Grillo, almeno, un tempo faceva ridere.

Va da sé che noto da solo la stranezza per cui, in questo frangente, io mi trovi a difendere il Pd. Però, e vale per un singolo uomo come per una comunità intera, dal mio punto di vista, attaccare dall’esterno quel partito nel momento di sua massima difficoltà, magari dopo aver taciuto all’apice del suo successo delle stesse cose su cui oggi si pontifica, non è un bel servizio alla civiltà degli uomini, prim’ancora che alle dinamiche della politica.

Ancor più se travestito da sardina si scorge il cuculo, con tanto di tenda al seguito.

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