Se si evoca la guerra, arrivano i militari

«Ma come», mi dice un amico, «nominano un generale a capo di una struttura con un compito eminentemente civile, e non fai nemmeno un commento?». E cosa dovrei commentare? In questo Paese, l’esercito è stato invocato anche per togliere la neve dalle strade, oltre che chiamato, benemeritamente, in ogni catastrofe naturale; cosa c’è di strano se lo si mobilità per quella che, con ben pochi dubbi, è la maggiore emergenza che stiamo vivendo dal dopoguerra? Ma il problema credo che sia ancora un altro. Quello, cioè, dell’uso delle parole che fin qui si è fatto, approcciandosi alla diffusione del coronavirus, e che giustificano appieno quella chiamata. Cosa voglio dire? Cercherò di spiegarlo brevemente.

Dal primo caso scoperto in Italia, per raccontare l’evolversi della pandemia si è sempre (o quasi, ma mi permetterete la semplificazione) usato un linguaggio, diciamo così, “bellico”. Quella contro il diffondersi della malattia era ed è, in quei racconti, una «guerra», con tanto di «eroi», i sanitari, nella fattispecie, e addirittura di «disfattisti» e «sabotatori», fate voi l’elenco. Bellica, poi, è pure tutta la retorica emergenziale, insindacabile. Da tempi di guerra, inoltre, il sentimento con cui sono state accolte le misure, e con cui si è reagito di fronte ai comportamenti non proprio in linea con quelle indicazioni, i cui artefici sono stati visti come «traditori» per i quali giustificare la delazione quando non proprio l’inseguimento e la repressione puntuale e, francamente, spropositata. Finanche la «borsa nera» non è manca. In un tale disegno, l’arrivo di un generale a condurre le operazioni è il minimo che potesse succedere, una quasi naturale conseguenza.

Non c’è alle porte nessuna giunta militare pronta a prendere il potere oggi come non v’era alcuna dittatura militare ieri. È la narrazione degli eventi che è sempre esagerata, tanto che spesso arriva fino a giustificare anticipatamente quello che poi, vanamente, cerca di allontanare dal proprio orizzonte. E forse siamo tutti corresponsabili di questa deriva sospinta da un uso improprio ed eccessivamente leggero delle parole.

Persino di quelle che scegliamo per descriverla.

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