Perché Facebook o Google non hanno la polizia

«Ma come», è la sintesi di alcuni commenti all’articolo che ho scritto qualche giorno fa, «sei iscritto a Facebook, usi un account Google, fai spese su internet, muovendoti nel mondo assoluto del tracciamento delle tue scelte, e poi elevi eccezioni se qualcuno propone che lo Stato possa usare quei dati per sapere dove sei andato, quando e chi hai incontrato?». Ammetto che sembra contraddittorio non trovare da ridire se l’azienda che mi offre la posta elettronica sia in grado di mandarmi un report mensile con i miei spostamenti, e poi dubitare della bontà di concedere questa stessa facoltà al Governo; però, alcune significative differenze le trovo.

Gli ambiti del privato e del pubblico li voglio divisi, in fondo, anche per questo. Per quanto invasive e invadenti possano essere le aziende tecnologie, non hanno nella loro disponibilità, né in atto, né in potenza, le facoltà di attivare, da sé, meccanismi di controllo finalizzati alla repressione o semplicemente alla limitazione della libertà individuale. In sostanza, Google e Facebook non hanno, dalla loro, «diritto e polizia». Non possono mandarti gendarmi a casa per fermarti dopo aver espresso il tuo dissenso o dato corso a un comportamento che le leggi del momento individuano quale illegale. Uscire da un account è sempre più facile che sfuggire a un potere costituto in tutte le sue articolazioni.  

E ora lo so che qualcuno potrebbe pensare che non è il caso di preoccuparsi della tutela delle libertà individuali, in situazioni come quella che stiamo vivendo e all’interno di democrazie mature. Ma a parte che pure in democrazie mature abbiamo visto la polizia eccedere nell’uso dei propri mezzi, per compiacere il potere reale o per seguire una propria idea di potere, e lo Stato sbagliare nell’amministrazione della giustizia, con giudici restii ad ammettere e riparare all’errore, quello che temo, come scrivevo, è il possibile utilizzatore al governo nell’ipotesi peggiore, e tutto quello che potrebbe conseguirne.

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