Se proprio, l’eroe è chi ha portato le pizze

A me, lo spot diffuso dal Governo federale tedesco per invitare principalmente i giovani a stare a casa, non è che sia piaciuto molto. Anzi, l’ho persino trovato di gusto discutibile. Ma siccome non è dei miei gusti che qui voglio parlare, e che giustamente interesserebbero poco meno di nulla, vorrei provare a guardare a quel “messaggio dal futuro” con un occhio quanto più possibile obiettivo. E per farlo, provo a partire dalla fine.

L’ultima didascalia, dice: «Werde auch du zum Helden un bleib zuhause», diventa anche tu eroe e resta a casa. In una delle scene finali con il ragazzo sul divano, narrato come suo ricordo dal protagonista, si vede comparire sulla porta una ragazza, anch’essa in abiti casalinghi, con in mano due cartoni della pizza, di quelli che le pizzerie usano per l’asporto. Ecco, la mia deformazione mi fa chiedere: chi le ha portate quelle pizze? Un lavoratore del settore delle consegne a domicilio, immagino, collega dei tanti che vediamo correre, letteralmente, nelle nostre città ormai quasi a tutte le ore. E loro non sono forse eroi, anche se non possono permettersi di rimare sul divano, «faul wie die Waschbären», pigri come procioni? Davvero il mondo lo abbiamo salvato noi, al riparo sui nostri sofà, con le serie in streaming e il lavoro da remoto, e non quelli che, tutti i giorni e con contratti che chiamarli così è un insulto ai principi di ogni istituzione negoziale, ci hanno garantito di poterci permettere quel noioso far niente autocelebrativo?

Gli operatori sanitari tutti, soccorritori, infermieri, medici, sono a giusto titolo ammirati per quanto fatto; mai li ringrazieremo abbastanza. E tutti gli altri? La cassiera e il magazziniere, l’idraulico e l’autotrasportatore, il barista e il ristoratore, il negoziante e l’artigiano, il piccolo o medio imprenditore che rischiano di fallire o di non riaprire più, dopo la chiusura forzata, l’operario dell’antica filiera dell’agroalimentare e il rider dell’innovativa app che ci porta a casa ogni cosa (e che giustamente Pascal Campion ha voluto ritrarre a simbolo della stagione attuale, in una città deserta alla sera, per la copertina del New Yorker del 13 aprile scorso), non possiamo includerli nella stessa categoria della quale non ci imbarazziamo di sentirci parte, sicuri delle nostre ragioni nel difendere la resistenza a oltranza sulle scomodità della non sempre perfetta piega dei cuscini del divano?

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