Del triste farsi viandante s’un mare d’egoismi

L’ho scritto in altre occasioni che ho passato molto tempo nei miei anni giovanili sulle riproduzioni delle opere di Friedrich. E la più nota di quelle uso qui ora. Quell’uomo di spalle poggiato al suo bastone a rimirar valli e monti in lontananza, l’ho sempre immaginato con uno sguardo melanconico. Oggi, a pensarci, glielo attribuisco del tutto triste e sfiduciato, se al di sotto della roccia su cui sta pongo il mondo odierno nel suo manifestarsi.

«Facile dire di stare a casa, al sicuro di stipendi garantiti», scrivono gli autonomi manifestanti. «E allora voi, evasori continui e cospicui», rispondono gli stipendiati in difesa. Si chiudano i bar; si aprano i ristoranti; no, chiudete le piscine; giammai, aprite le librerie; è colpa degli autobus colmi d’inverno; tutt’altro, delle discoteche riempite d’estate; io dico di chiuder tutto perché penso agli altri; al contrario, lo dici perché stai al caldo e hai solo paura d’ammalarti. E così prosegue, la lotta dei miei pari. Che dovremmo farci classe e chiedere che a pagare fossero i più ricchi, certo, ma che potremmo dar corso alla solidarietà partendo da chi tra noi può per primo, da me fra questi, se non è passibile ciò d’esser processato e condannato per presunti «sensi di colpa da sacrestia».

E no, non ditemi che la solidarietà, se si vuole, la si fa da soli (che se la facessi o meno non ne parlerei certamente in pubblico, nemmeno con voi, pochi miei lettori), perché non è di quel tipo di solidarietà che parlo. Parlo di una sorta di mutuo soccorso, se è veramente di un ceto medio quale classe potenziale che vorreste si parlasse. E parlo del fatto, e qui è solo morale, convengo, che non me la sento del tutto di pretendere da un altro che paghi di più perché insieme ad altri, ma non lui, si ritiene giusto che lo faccia, mentre al contempo e potendo, il mio piccolo in più non lo do, per quanto nessuno mi dica che dovrei.

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