Come vada a finire la storia, dopo, non interessa più

L’altro giorno ho fatto un errore. Uno di quelli che capitano sui social, quando si commenta una notizia senza approfondirla come si dovrebbe e senza argomentare per la tirannia del tempo e dello spazio, risolvendo la questione, al massimo, con una battuta. Mi è stato fatto notare in modo direi brutale, ma non senza ragioni (guadagnando io, per altro, un titolo da «intellettuale da Facebook». Attribuzione che però declino, non tanto per il complemento, quanto per il predicato: non sono mai stato, né aspiro a esserlo, un intellettuale, nemmeno da bar o da Facebook).

La notizia che commentavo era quella che avrete letto sicuramente quella sulle frasi usate in alcuni libri di scuola per bambini. L’osservazione critica nei miei confronti, muoveva dalla considerazione del profilo dell’autrice di una di quelle storie, (Lucia Tumiati Barbieri, figlia di antifascista, ebrea per parte di madre, staffetta partigiana, 94 anni e una vita d’impegno pedagogico). Come ho detto, ho fatto un errore, e se ho urtato una sensibilità, è giusto che me lo si sia fatto notare. Inoltre, la storia in questione è stata scritta nella metà degli anni ’90, quando non vi era quella tensione sull’uso di alcune parole ed espressioni che c’è oggi.

Rimane però un fatto: quella frase riportata nel testo è sbagliata. Ancor più è sbagliato riproporla oggi, insieme all’altra, di cui si è discusso sui media, e in libri destinati a bambini così piccoli. Perché? Bene, come dicevo, non sogno di essere un intellettuale, discendo dalla cultura dei cafoni. Quindi, le cose provo a sentirle, prima di attestare di saperle. Immaginate di essere un bambino di sei anni originario dell’Africa centrale nato e cresciuto in Italia e di trovarvi davanti un libro sulla cui copertina ci sono tanti bambini, ma solo uno nero, e il fumetto di quest’ultimo che parla come la caricatura dei peggiori stereotipi linguistici attribuiti alle persone di colore; come vi sentireste? O immaginate di essere la sorellina di quel bambino, di un anno più grande che, leggendo in classe il libro appena ritirato, s’imbatta in quella frase del bambino bianco, «sei sporca o sei tutta nera?»; non pensereste che i vostri amichetti è così che in fondo vi vedano, sporca?

Guardate, ho il massimo rispetto per la storia della Tumiati, e pure sapendo che l’aver patito delle prevaricazioni e delle ingiustizie indicibili non renda in alcun modo immuni dal poterne perpetrare altre, non credo sia questo il caso. Credo che lei scrivesse immaginando di educare classi culturalmente e (che brutta parola) etnicamente omogenee: non è più così, per questo, se era già sbagliato usare quei termini ai tempi delle pubblicità con Calimero promoter di detersivi su Carosello, ancor più lo è adesso. Non capisco quindi come si possa aver ancora ristampato, distribuito o scelto quel testo senza la necessaria rivisitazione. E di più mi preoccupa, come dicevo, l’effetto che può avere in determinate sensibilità.

Non voglio parlare di vicende altrui, quindi userò le mie. Se non esercitano su di me alcun fascino «i miti eterni della patria e dell’eroe» è anche per alcune frasi (e direi a partire da queste) che si leggevano in giro nel Paese negli anni in cui andavo a scuola, sulle curve degli stadi (e questo spiega pure il mio totale disinteresse per il mondo pallonaro), sotto le travi dei cavalcavia o nei comizi di quel soggetto politico che poi si sarebbe scoperto nazionalista. Da allora, la storia di quella nazione che doveva esser la mia, l’ho sentita sempre più estranea, perché sentivo che per una parte importante di questa io non avevo, in qualche modo, il pieno diritto di farne parte. Immaginate cosa avrei provato se frasi come quelle, per quanto edulcorate, le avessi trovate ripetute nei libri di scuola.

Certo, è incommensurabilmente più piccola e assolutamente meno traumatica la mia esperienza, rispetto a quelle di cui parlo, e non sto affatto mettendole su piani in qualche guisa comparabili. Ma è proprio per questo suo essere di minore importanza, la mia, che ritengo più preoccupante la leggerezza con cui frasi come quelle, che vanno a incidere su questioni decisamente più gravi, vengano sottovalutate.

La storia del bambino e della bambina incontratisi per caso nel parco di cui narra il libro della Tumiati è di sicuro una lezione di buoni sentimenti, un messaggio che vuole parlare di integrazione, di confronto. Pero parla così solo a una parte di quelli che potrebbero leggerla; ad altri, potrebbe spiegare un messaggio diverso, probabilmente non voluto, ma da loro avvertito. E allora, con quella polvere gettata negli occhi, l’ipotetica piccola lettrice potrebbe non avere alcun interesse a sapere come vada a finire la storia.

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