Non ha tutti i torti, Johnson, ma ben poche ragioni (come poche ne ha l’Occidente intero)

Fa certamente sorridere l’uscita del premier britannico Boris Johnson, secondo cui gli inglesi sarebbero meno propensi ad accettare regole stringenti perché più amanti della libertà. Ancor più se si pensa che rispondeva a una domanda in cui si mettevano in relazioni il numero dei contagi in Gran Bretagna con quelli in altri Paesi, fra cui l’Italia: ma come, eravamo geneticamente indisciplinati e ora diventiamo disposti a seguire le norme perché poco avvezzi alla libertà?

Ironie facili a parte, tutti i torti non li ha, Johnson, specialmente dal punto di vista conservatore che gli è proprio. Individualismo, anti-comunitarismo, rifiuto di una concezione organica della società; tutto questo, quelli come lui, lo chiamano libertà. Che poi sia libertà-di e non libertà-da è una sottigliezza che non conviene loro approfondire. In ciò, sono l’opposto esatto dell’Oriente estremo, Cina in testa. È un po’ sintetizzabile con la questione dei nomi. Un anglofono sarà sempre Boris Johnson, Margaret Thatcher, Winston Churchill. Un asiatico orientale, Xi Jinping, Moon Jae-in, Abe Shinzō (che infatti se la prendeva con i media occidentali che lo riportavano e lo riportano sempre come Shinzō Abe). Prima il nome, l’individuo, da una parte; prima il cognome, la comunità, dall’altra. L’Europa continentale sta un po’ nel mezzo. Per un Manzoni che rivendicava il suo essere prima e più di tutto Alessandro, milioni rispondono Rossi Paolo, dall’appello a scuola in avanti. E il fatto che nell’interrogazione del parlamentare del deputato labourista Ben Bradshaw – per giunta mettendone a confronto i sistemi locali e pubblici sanitari e di tracciamneto – i due Paesi citati fossero Germania e Italia, ha dato la possibilità al premier di esibirsi in ciò che, parlando proprio di quell’intervento alla Camera di Comuni, un mio amico ha definito «una battuta alla Churchill», usata da un leader stressato per uscire da una situazione che lo sta schiacciando.

Ma è un altro scambio di messaggi che ho avuto sull’argomento che mi ha fatto riflettere ancora su quelle parole, e sulle indirette implicazioni e connotazioni, portandomi alla conclusione che ho cercato di sintetizzare nell’avversativa del titolo di questo post. Infatti, se Johnson prova a citare gli ultimi 300 anni in cui gli inglesi sarebbero stati campioni di libertà, è chiaro che qualcuno potrebbe chiedere conto a loro (e all’Occidente tutto, di cui qui, la Gran Bretagna è solo sineddoche, lungi io dalle pulsioni patriottiche che persino nelle parole del più moderato fra i moderati si sono udite in questi giorni, oltremodo scaldatesi alla sortita del biondo governante) dei modi in cui, quest’indole e questa pulsione insopprimibile, si sia espressa nei gradi spazi dell’Impero che l’Inghilterra costituì e consolidò proprio negli anni a cui accennava il premier. Che forma aveva l’idea di libertà inglese in India? E in Africa, dall’Egitto alla Rhodesia e oltre? Nella lontana Nuova Guinea o nella vicinissima Irlanda? E oggi, quanto gli inglesi sono pronti a sostenere la libertà degli altri di scegliere come luogo di vita la terra dei discendenti di coloro che, senza troppi scrupoli, han preso quella dei propri avi?

Da socialista, so che la libertà-di è vana, se non unita alla libertà-da. Da cafone, sento che l’una a volte te la regalano proprio perché non puoi usarla, e che a tanti, dalla notte dei tempi e per questa gratuità da ininfluenza, è sempre stata assicurata, prima che arrivasse qualcuno che se ne facesse paladino. Per non parlare solo degli inglesi, che, come dicevo prima, in questo mio pezzo sono solo epitome delle genti d’Europa tutte, anche trasferitesi oltre Atlantico, quanto erano più libere le popolazioni di buona parte dell’Africa occidentale ed equatoriale, prima che quelli con gli stendardi con su scritto Liberté arrivassero? E potremmo continuare, senza che nessuna delle nostre civiltà schierate a difesa della libertà e dell’autodeterminazione dei popoli e dei singoli possa sentirsi assolta.

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