Delle magnifiche sorti e progressive dello smart working, e di altre meraviglie

​«Gli effetti sono a cascata: e catastrofici. Nessuno va più in centro e a soffrirne sono tutte le attività che dipendevano dal flusso dei pendolari. “Pret à Manger”, la catena di sandwich onnipresente, ha dovuto licenziare un terzo del personale perché tante sue filiali restano chiuse. I ristoranti lavorano a singhiozzo e anche quelli chic si sono convertiti al takeaway per sopravvivere. Un esempio: la Brasserie Zédel dietro Piccadilly Circus, dove prima si lottava per un tavolo, adesso a pranzo resta chiusa e la sera apre solo tra le 6 e le 9». Così Luigi Ippolito, sul Corriere della Sera del 18 settembre scorso.

Quanto il giornalista di via Solferino scrive per la capitale inglese, vale per altre città. Certo, la pandemia costringe a ripensare la nostra vita in vari modi, tra cui, appunto, quello in cui viviamo le nostre città. E lo smart working, in questo, è stato ed è ancora un cambiamento di prospettiva davvero profondo (oltre che un utile strumento per evitare contatti e potenziali occasioni di contagio), rendendo sempre meno necessaria la presenza di tante persone nei centri amministrativi e finanziari delle capitali e delle metropoli più importanti. Di conseguenza, porta a una riduzione del numero dei servizi di cui queste persone necessitano nei grandi centri abitati. Quindi, del numero delle persone negli stessi servizi impiegate.

Si può anche accogliere di buon grado la contrazione dei valori immobiliari che precludono l’accesso alla casa per larghe fette di popolazione e giustamente essere felici per il minore inquinamento che spostamenti ridotti comportano; ma se questo avviene a scapito dell’occupazione in quei luoghi, se ciò, contestualmente, è legato a licenziamenti e perdite di reddito, ci saranno poche persone che potranno godere della maggiore salubrità dell’aria e ancora meno che potranno permettersi una casa, persino in periferia o nei sobborghi più lontani dai centri storici.

C’è pure una considerazione di secondo livello da fare. Il bancario o l’impiegato pubblico che lavorano in remoto, evitano di spostarsi verso il centro cittadino o di vivere nel cuore della metropoli, con tutte le spese che questo comporta. Non hanno più bisogno del ristorante in pausa pranzo perché lavorano casa, di pagare grosse spese condominiali per l’appartamento in centro, finanche di comprare tante giacche e camicie, visto che, chiaramente, ne usano meno. Però, il cameriere, l’amministratore di condominio e la commessa del negozio di abbigliamento, sono pure correntisti e fruitori dei servizi che quella stessa banca o quell’ufficio erogano, così come il ristorante, l’agenzia e il negozio intesi come aziende.

E se girano meno soldi sui conti correnti e meno persone han bisogni di servizi, anche quel banchiere e quell’impiegato, alla fine, diventeranno superflui per l’organizzazione del meraviglioso mondo che le nuove tecnologie e le magnifiche sorti e progressive delle forme di lavoro agile ci mettono quotidianamente a disposizione.

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