L’umanità ha sempre vissuto con la coscienza della morte

Da cosa nasce l’ansia paralizzante di fronte a un virus e al possibile contagio? Quando abbiamo deciso che le malattie erano state abolite per decreto? Che la morte per noi non sarebbe arrivata, se non al tempo giusto e comodamente distesi sul nostro letto? Viaggiando in aereo posso contrarre la Sars-CoV-2? Verissimo. Può anche precipitare l’aereo. Posso contrarre il coronavirus andando a far spesa? Può capitare; pure di essere investito. A scuola posso infettarmi? Ovviamente; persino andando a passeggio, a ballare, al ristorante, in biblioteca, al mercato, in ospedale, in fabbrica, in ufficio, al bar… E posso contagiare altri o essere da loro contagiato. Tutto vero; e quindi? Per paura di morire rinunciamo a vivere? E fino a quando? Al vaccino che non sappiamo se e quando arriverà? Cerchiamo i responsabili a prescindere, per dar loro la colpa se le cose non dovessero andare come avevamo pensato che andassero? Non credo funzioni.

Ma soprattutto: quale dovrebbe essere la quota di rischio imprevedibile che siamo disposti ad accettare? Anche sotto le bombe ci si sposa, pure durante la peste si sta insieme, persino nella peggiore delle carestie si mettono al mondo dei figli; l’umanità si adatta ai tempi che trova, non smette di viverli finché non sono come li ha immaginati. E in questi e con questi cerca e stipula il necessario compromesso tra quello che vuole, che deve fare e ciò che può perdere. Considerando la vita in un approccio generale, che tenga dentro il bello e il brutto, il buono e il male. C’è invece oggi una dominante cultura parcellizzata, settoriale, che spinge a considerare ogni cosa sotto un unico aspetto. Pure il dato pandemico è letto solo sotto un profilo medico-statistico; quindi, si vedono solo i rimedi  che la medicina spiega, sostenuta dalle ragioni statistiche. E, da quel punto di vista, ciò che si dice è vero. Però una visione generale sa e insegna che non basta una sola dimensione per spiegare l’umanità, e che se una giusta misura tra quello che la scienza indica e quanto la vita chiede non viene indicata da chi ha il compito di farlo, il singolo la cerca e la trova da solo.

Per esempio, il Governo s’è scelto ultimamente come consulente un tale che puntava seriamente all’obiettivo «contagi zero». Ma come è possibile, se non cancellando tutto quello che facciamo? Ed è davvero quello ciò che dobbiamo fare, o invece bilanciare tutte le questioni in campo? L’intelligenza generale che dovrebbe ambire a quella visione complessiva a cui accennavo, dovrebbe contenere o almeno cercare quelle risposte complessive, e indicarle. L’ignoranza generale, al pari di quella intelligenza, in questo si muove con l’identico passo su cui si muoverebbe l’altra, se non per sapere acquisito, per esperienza patita. Sente che esistono rischi e li accetta, come parte della vita che ha, come, appunto, elementi costitutivi dei tempi che gli son toccati.

Nel mezzo, tra l’intelligenza generale ormai andata e l’ignoranza generale da tempo sparita, la prima arresasi per mancata ambizione e la seconda fuggita per malintesa vergogna, abbiamo fatto un deserto.  E, spaventati dal doverlo attraversare per colpa nostra, l’abbiamo chiamato «modernità».

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