Conviverci, ma senza inutili isterie

L’eventualità che sia un effetto della mia echo-chamber è da tenere in seria considerazione. Nondimeno, sono stupito dalla frequenza con cui, aprendo i social nelle ultime settimane, io sia stato invaso da notizie sulla chiusura di una ventina di scuole in Francia o di un centinaio di istituti in Germania, di una a Roma come di intere classi costrette a casa a Trento e Crema. In tutti le circostanze in cui questo è avvenuto, ovviamente, è accaduto a pochi giorni dalla riapertura e per aver riscontrato casi di contagio fra docenti o alunni. Il tono dei commenti che accompagnano spesso le condivisioni degli articoli a riguardo, va da sé, è preoccupato. E lo sono anch’io, certo. Però mi chiedo: e quindi?

Cioè, a parte considerazioni statistiche sul numero delle scuole nei paesi presi in esame che hanno riaperto le scuole da molto più tempo di noi (dove abbiamo iniziato solo con i corsi di recupero, l’attività delle materne al Nord e quella di qualche istituzione privata), e che ridimensionano fortemente l’impatto di quelle chiusure considerato in percentuale (non conosco i numeri precisi, ma se l’Italia ha circa 50.000 istituti scolastici, immagino che Francia e Germania ne abbiano almeno altrettanti, se non di più), perché ci si sorprende? Non era e non è forse quello che ci siamo detti e ci diciamo? Apriamo, vigiliamo e, se nel caso, isoliamo i casi trovati, chiaramente chiudendo temporaneamente le classi o le scuole coinvolte? 

Il virus, checché ne dicano negazionisti e scriteriati d’ogni sorta, non è sparito; non sta determinando la pressione ospedaliera della scorsa primavera, ma c’è ancora e ci dovremo convivere a lungo. Nonostante questo, anzi, proprio per questa considerazione sulla necessaria convivenza, le scuole dobbiamo riaprirle come già abbiamo iniziato a fare, e non possiamo non farlo, sapendo tutti, alunni, docenti e famiglie, che può succedere, ed è altamente probabile che accada, quello che sta avvenendo Oltralpe e non solo. 

Vorrete mica tenerle ancora chiuse? Rimandarne l’inizio a non si sa quando? Alla cura definitiva? Al vaccino? A un lontanissimo giorno di “contagi zero” da più di quattro settimane consecutive? Ripeto, il virus esiste, è reale e non è scomparso; ma se tocca convivere con questo problema per qualche e tempo (sperando che sia il più breve possibile, va da sé), lo dobbiamo fare, in sicurezza, è chiaro, ma anche nel massimo della coscienza di una pandemia ancora in corso, senza ansie, senza eccessive paure e senza inutili isterie.

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