Se «è lecito» pensare che Trump usi la pandemia a fini politici, rischia d’esserlo anche per altri

Scrive il sempre bravo Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, a proposito della notizia dell’invito alle amministrazioni locali dei vari Stati dell’Unione rivolto dalla direzione del Centers for Disease Control and Prevention (ente federale che si occupa, per l’appunto, di controllo e prevenzione delle malattie e che è parte del Dipartimento della Salute statunitense) a prepararsi per somministrare eventualmente un vaccino contro il Covid-19 entro il prossimo primo di novembre, che «sul piano politico ogni sospetto che l’accelerazione serva a mandare anche un messaggio agli elettori è lecito». Sarà pure lecito, ma è pericoloso nutrirlo e alimentarlo. Anche per quelli che, rispetto a Trump, si muovono e agiscono in modo nettamente differente.

Chiarendo meglio il suo pensiero, Gaggi aggiunge: «fin qui, nonostante la retorica trionfalistica del presidente, la gestione governativa della pandemia è stata disastrosa secondo i critici più severi, assai lacunosa secondo i commentatori più moderati. Col coronavirus che ha ripreso a diffondersi in estate […] e l’emergere di nuovi focolai […], Trump ha abbandonato ogni strategia di contenimento via lockdown: ora ripone tutte le sue speranze nel vaccino […]. È, quindi, verosimile che ci sia pressione per un “avanti tutta” sui vaccini. E un leader che punta molto sulla comunicazione ed è abituato a dare una sua personalissima interpretazione della realtà sarà sicuramente tentato di fare un annuncio in stile mission accomplished prima del voto». Prendo per buoni i ragionamenti della firma del Corriere. E allora però mi chiedo: se «è lecito» pensare che Trump usi le notizie sulla pandemia per fini elettorali, perché non lo è pensarlo di altri a guida di diverse istituzioni? Non autorizza, quel dubbio sul capo di quella che pomposamente abbiamo sempre definito «la più grande democrazia dell’Occidente», altrettanti dubbi su altri dirigenti di importanti istituzioni o esponenti di governo, cioè di usare la pandemia e le misure di risposta ad essa per scopi politici? Non è della stessa natura del dubbio su un possibile interesse nascosto nelle azioni dell’attuale amministrazione Usa in campo sanitario, in fondo, quello che alimenta il retropensiero di tanti che diffidano delle scelte prese da altri governi e mettono in discussione l’obiettività del loro essere necessarie e inevitabili?

Qui non si sta difendendo Trump (per quanto non sia lui l’unico a parlare di un vaccino prima della fine dell’anno o la sua amministrazione la sola a prepararsi ad acquisire e somministrare per l’autunno un vaccino), né dicendo che altri governi, a partire da quelli europei, hanno fatto qualcosa di sbagliato; non è questo il punto. Sto dicendo, però, che se, per dirla ancora con le parole di Gaggi, «è lecito» pensare che l’ente di prevenzione e controllo delle malattie di un paese democratico possa essere manipolato, nelle sue scelte che dovrebbero rispondere solo alle esigenze della scienza e della medicina, per fini politici, allora c’è il rischio che qualcuno pensi che sia possibile che ciò accada sempre, qualunque sia la decisione assunta, al di là del merito della stessa.

Ed è uno scenario francamente preoccupante, che gli stessi che si peritano di combattere, quando si tratta di dar aspra battaglia contro cospirazionisti e complottisti di ogni risma e sorta, per peculiare eterogenesi dei fini, data la scivolosità viscosa della materia in trattazione, rischiano indirettamente di alimentare.

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