Voterò no, perché è la logica della riforma che respingo

Voterò no, nel referendum costituzionale dei prossimi 20 e 21 settembre. Perché considero la modifica un vuoto cedimento a un’ancor più vacua demagogia e per una innegabile ragione di sfiducia verso i suoi proponenti. Devo ammettere che non è una scelta lineare, la mia, come quella dell’altra volta. Mentre lì la Costituzione veniva toccata davvero e in profondità, qui c’è solo una riduzione del numero dei parlamentari, con compiti e attribuzioni intatti per loro e per le camere che rappresentano. Le motivazioni, va ripetuto, sono sciatte: «riduciamo la spesa!». Che uno dice: «invece di ridurre i parlamentari di un terzo, tagliate allora gli emolumenti della metà, con legge ordinaria, immediatamente esecutiva e senza passaggi ulteriori e successivi». 

Quello che sostengo però con più forza, e che mi conferma in quel prossimo voto per il no, è una valutazione di carattere generale. Non respingo la riforma con argomentazioni tecniche, ma su ragioni politiche e ideologiche. Questo taglio nasce esclusivamente dalla sedimentazione concreta di un sentimento antiparlamentare. Pure i proponenti, in fondo, sanno che il problema non è il risparmio, né il numero delle persone assise nelle due camere. No; a loro interessava e interessa ridurne l’importanza, dimostrarne l’inconsistenza pratica, spiegare a tutti che quello che si può fare con 945 si può fare anche con 600, e poi forse pure con meno eletti. E loro, i proponenti, in questo sono coerenti: muovono da Rousseau, dalle idee della democrazia diretta senza il filtro della mediazione, in cui si è portavoce, al massimo, dei voleri del popolo, concepito organicamente unico, non rappresentanti delle sue svariate, contrapposte e contradditorie istanze. Di pari, io che nella rappresentanza ho sempre creduto, non posso essere altrettanto coerente con me stesso, e respingere per quanto e come posso queste loro idee trasformatesi in disegno di legge costituzionale.

Certo, anch’io penso spesso al catalogo dei rappresentanti di oggi, che magari potesse essere elevato come quello che faceva Garboli («la studentessa sussiegosa che si crede granduchessa di tutte le Russie; il giovane appassionato di storia del Risorgimento; il buffone che fa casino sui banchi durante la ricreazione per difendere i diritti dei compagni e poi fa la spia al preside, ecc. ecc.» – Il trionfo della morte, La Repubblica, 28 luglio 1986, ora in Ricordi tristi e civili, Einaudi, 2001, p. 61), e mi chiedo se averne qualcuno di meno non sarebbe, tutto sommato, un buon affare. Come mi rendo conto che quel numero di deputati e senatori fu deciso quando non c’erano, per stare solo alle assemblee legislative, il Parlamento europeo e i consigli regionali, ma va detto che allora, l’Italia, aveva un sesto in meno degli abitanti di oggi e tante, tantissime articolazioni, interessi e necessità non erano presenti.

Infine, so pure che se dovesse vincere il sì non sarebbe, di per sé, un attentato alla democrazia, che i lai elevati per la perdita di rappresentanza dei territori fanno a pugni con i fatti, se vengono dagli stessi che in quei medesimi territori non hanno mai osteggiato la candidatura di esponenti che nulla vi avevano a che fare e che, con una facile battuta, non mi strapperò i capelli nel caso dovesse risultare minoritaria la mia scelta, perché ci sono abituato e perché, comunque, non sarà mio il seggio che verrà tagliato. 

Mi ferma, in questa cinica coda di riflessione, solo una considerazione, un pensiero ispirato a un principio di prudenza, diciamo così, probabilistica: è più facile trovare un giusto su mille che su seicento. E siccome per quel giusto, noi sappiamo, si possono salvare addirittura Sodoma e Gomorra, spero che, mantenendone alto il numero, si riesca a trovarlo pure cercando, sempre col Garboli di prima, fra «chi non c’è».

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.