L’uso della cultura come strumento del potere

Brutte stagioni, quelle in cui la politica si affida a pomposamente definiti «Stati generali» o a commissioni di tecnici che, tra l’altro, non dicono molto di più di quello che tutti vanno ripetendo da troppo tempo. Si chiedeva infatti uno stranamente per me in grand parte condivisibile Galli della Loggia, sul Corriere della Sera di venerdì scorso e a proposito dei piani proposti dal gruppo di lavoro guidato da Vittorio Colao: «davvero nel governo Conte non c’era nessuno, a cominciare dal presidente del Consiglio, che avesse mai pensato all’opportunità di attuare qualcuna delle cento e passa proposte indicate oggi dalla Commissione Colao, tipo sburocratizzare l’amministrazione o portare l’Alta velocità al Sud? Davvero a questo punto stiamo?».

No, non stiamo a questo punto, ed è qui che divergo dall’idea del professore e firma storica di via Solferino. Perché, per lui, ciò era dovuto alla mancanza di assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente politica. Secondo me, invece, quella è solo una parte della questione, e nemmeno la più importante. Penso che la faccenda sia un po’ più complicata di così. E penso al teatro di Molière. Meglio, penso alle parole su uno dei suoi personaggi scritte da un intellettuale più unico che raro, nel panorama italiano: Cesare Garboli. Scriveva il critico su Repubblica, il 5 luglio del 1986 (ora in C. Garboli, Ricordi tristi e civili, Einaudi, 2001, pag. 27): «Quando cominciai a tradurre Molière, anni fa, pensai che Tartuffe non era un personaggio, era un archetipo. Il copione di Molière non andava letto “in negativo”; esisteva anche un Tartuffe “in positivo”, qualcosa di più di un bersaglio satirico e polemico. Bisognava ritoccare l’opinione costituita, e ricollegare il personaggio di Molière non all’ipocrisia, ma alla medicina, all’esercizio della medicina come strumento di potere. Tartuffe era uno psicanalista ante litteram, un “politico del profondo”. Molière ci aveva preceduti di tre secoli. Il personaggio si trasformava; non più, o non solo, un tipo comune alla società francese del Seicento, ma un archetipo, il modello dei metodi di comportamento del potere, quando il potere non nasce dal privilegio ma dalla frustrazione (dal nulla, dallo zero sociale). Questo potere ha bisogno, per esistere, di consensi occulti e di opinioni intoccabili. Tre secoli fa aveva bisogno della religione; oggi, non può fare a meno della cultura».

Con un cambio radicale di prospettiva, Garboli ci dice che la cultura può essere esercita come strumento di potere proprio in quelle condizioni in cui il potere stesso nasca dalla frustrazione, dalla voglia di autoaffermazione, di comando, di quella gente che, per ribaltare le parole di Pasolini (e avendo come lui pure io nostalgia dei primi e non dei secondi), non lottava per abbattere un padrone, ma per diventare essa stessa quel padrone. E a quel punto, preso che si abbia quel potere, sostituito che si sia quel padrone, non resta altro che cercare un puntello per le proprie azioni almeno apparentemente dotato di un armamentario concettuale e di un vocabolario indiscutibile e, appunto, potente.

Non avendone di propri, come Tartuffe, se ne piegano all’uopo altri. Ancor meglio se medici.

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