Checks and balances: now I recognize you

Tre titoli, con relativi sommari, dall’edizione online del New York Times. Il primo: «Minneapolis Will Dismantle Its Police Force, Council Members Pledge. Saying the existing Police Department cannot be reformed, a majority of the City Council has promised to rethink public safety from the ground up in the wake of George Floyd’s killing». Il secondo: «De Blasio Vows for First Time to Cut Funding for the N.Y.P.D. The mayor made his pledge following 10 nights of mass protests against police violence and mounting demands for an overhaul of the police department». Il terzo: «Trump Orders Troops to Leave D.C. as Former Military Leaders Sound Warning. The president said National Guard soldiers would withdraw “now that everything is under perfect control,” even as three former Joint Chiefs chairmen condemned his use of military force».

Vedete, il mio primo passaporto l’ho preso nel 2006, e il primo timbro che vi è stampato riporta, nella cornice bell’ovale, la scritta: Department of Homeland Security – US Customs and Border Protection. Come il mio bisnonno, il primo “vero estero” che ho visto è stato su quelle sponde d’Atlantico. E come i miei avi cafoni, a quella terra ho sempre guardato con ammirazione e rispetto, addirittura nostalgia, se avesse senso parlarne senza averla davvero mai vissuta. Per questo, alcune immagini mi hanno fatto tanto male, altre, quelle delle piazze piene per George Floyd e contro ogni abuso, discriminazione e razzismo, molto piacere. E quei tre titoli, sono il corollario migliore a tutto ciò che di quella nazione penso.

Non che non possa sbagliare, non che al suo interno non viva e sia radicato il male, non che sia perfetta, come nessuna delle costruzioni degli uomini può mai esserlo. No; che sappia trovare dentro di sé la via giusta. Il senso ultimo di una democrazia, infatti, è la possibilità di autoriformarsi per riparare agli sbagli che commette, che devono e possono essere denunciati e che possono e devono essere superati adottato soluzioni e misure differenti da quelle in atto.

In una dittatura, o anche in quelle che, con bon ton, chiamiamo oggi autocrazie, ciò non è sempre possibile, di sicuro è più difficile. Pensate a una qualunque di quelle situazioni, e prendiamo le migliori fra queste, non certamente la Corea del Nord, la Siria o il Ciad. Pensate se migliaia di cittadini avessero messo a soqquadro le vie di Pechino, Mosca o Ankara, per protestare contro i metodi violenti della polizia; credete che la risposta avrebbe potuto essere, come accade negli Usa, lo scioglimento dei dipartimenti di polizia accusati di brutalità, la riduzione degli stanziamenti in sicurezza pubblica, e persino, da un presidente con l’allure dell’uomo duro, l’ordine, su pressione dei generali, di ritiro delle truppe schierate a difesa del Palazzo dalle proteste della Piazza?

Keep America always great.

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