Non è furore, è lotta

Un uomo bianco era in divisa, un uomo nero è morto. Di nuovo. Girateci intorno quanto volete, ma questo è quello che credo si legga, se alla vicenda si guardi con gli occhi di chi non importa cosa stia facendo e perché, ha il doppio delle possibilità di essere fermato e un innumerevole percentuale in più di occasioni per essere freddato da chi dovrebbe tutelare l’ordine in cui anch’egli vive. Questi sono gli Usa per quello sguardo, ancora oggi, nell’anno di grazia 2020.

«Minoranze etniche», le chiamo, e senza tradire alcun accenno d’ironia. Eppure, a dispetto di quest’essere minoritario, sono neri la maggior parte dei poveri, neri la maggior parte degli emarginati, neri la maggior parte dei detenuti e neri persino la maggior parte dei morti quando arriva una malattia e si diffonde nel Paese. Bianchi, invece, e integrati, e influenti, e benestanti, sono i volti dei potenti, come quello del Commander in Chief che è arrivato a farsi dire di tenere la bocca chiusa da un ufficiale di polizia e a far prendere da sé le distanze ai vertici del Pentagono.

Minneapolis, ma poteva essere Milwaukee, Baltimora o Ferguson, solo per citare alcuni casi di storie simili. Per questo, stavolta, in tutti gli Usa si sono registrate manifestazioni, anche violente. Fanno piacere, in questo le parole del sindaco di New York, Bill De Blasio, quando si dice orgoglioso di lei e loda la decisione della figlia Chiara, arrestata dopo essere scesa in piazza con i manifestanti ed aver protestato per l’assassinio di George Floyd. Fanno piacere perché, dietro le cortine di fumogeni dei tutori della legalità, scandalizzati dall’uso autonomo della forza per rivendicazioni civili e politiche, riescono a fissare e non perdere il punto della questione: perché si sta protestando.

Qualcosa per cui vale la pena rischiare di ritrovarsi qualche vetrina infranta in città.

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