Il sentire che rimane dopo aver sentito

Al suo posto, non l’avrei detto. Nei giorni in cui la Merkel fa sapere a Sassoli che non vede l’ora di tornare in Italia, a Ischia, Beppe Sala dice, polemicamente, che si ricorderà delle Regioni che oggi, contro potenziali visitatori lombardi, alzano muri di burocrazia e codici sanitari. È un errore, quello del sindaco di Milano, che non è ridimensionato dal fatto che lo stesso, nel parlare, abbia precisato di farlo come cittadino, non da sindaco: la differenza è inesistente. Lo dimostra la Merkel, che fa trapelare la sua voglia di vacanze italiane in una stagione in cui, spesso, il sentimento degli italiani è stato fortemente antitedesco, e lo dimostra lui stesso, che nel dire quel che ha detto, lo ha fatto assiso sulla sua poltrona di palazzo Marino, con dietro le bandiere di tutte le istituzioni che, direttamente o meno, rappresenta.

Ma se non posso negare l’errore del politico, sarei ipocrita se dicessi di non comprendere i sentimenti dell’uomo. E non perché sono un residente di quelle regioni del nord del Paese costrette alla mascherina; proprio per l’atmosfera che si è determinata. Si sente dire che vogliono sostenere il turismo estivo, addirittura con dei buoni per le famiglie, ma poi si propongono improbabili soluzioni per distanziare persino i bambini in spiaggia. Ascolti interviste di presidenti e sindaci che parlano della necessità di riaprire bar e ristoranti, ma poi t’impongono di uscire in strada a volto coperto, quasi come banditi intenti a commettere un reato. Leggi dotte opinioni medico-psichiatriche o socio-economiche su quanto sia necessario un ritorno alla normalità, e poi, altri loro colleghi, ti fan sentire in colpa perché, solo pensando di mettere il naso fuori di casa per attività non necessarie, tipo far due passi e scambiar parole con qualcuno, può essere più pericoloso che «girare a fari spenti nella notte». Così, tanto vale isolarsi, ma per scelta. In tutto questo, cheerleader dell’#iorestoacasa e hooligan del #nonuscite non perdono occasione per farti sentire colpevole, linkando sui loro profili social sfoghi di operatori sanitari contro chi non rispetta la consegna della quarantena, anche quando non ne è tenuto, o postandovi immagini terrificanti di malati in ospedale e morti in fosse comuni, spiegando come tutto questo sia colpa tua, che ti permetti di nutrire dubbi sulla necessità del cilicio di una clausura sine die et erga omnes, sani e infermi, e per questo meriteresti la gogna, se le regole del distanziamento consentissero al boia di starti vicino il tempo necessario a stringere il collare e fissare i ceppi.

Lo sfogo dell’uomo, perciò, è comprensibile. E non del tutto immotivato. Come faremo a dimenticare questi momenti, duri e singolari, per certi versi, e si spera unici e irripetibili? E come potremo scordarci di quello che, vivendoli, ci è accaduto e ci è capitato di sentire? Come potremo, infine e a proposito, non ricordare i volti e i nomi di chi ci è stato vicino, come quelli di quanti, nello stesso frangente e senza alcuna giustificazione valida, se non la volontà di far del male per cattiveria o la banale, cinica ricerca di facili applausi e inutile consenso, ci han fatto sentire appestati, reietti, untori?

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.