«Che c’è di strano, siamo stati tutti là»

«Milano intanto è l’unica città italiana, gli altri sono “paesoni”. Non è grandissima, ma in qualità è l’unica vera città in Italia. E questo non lo dico per orgoglio. Il dramma di Milano è che da quest’emergenza è stata colpita al cuore, è rimasta tra vita e morte. L’arte, l’economia, il lavoro, il pensiero: quando si ferma il cuore, si ferma circolazione. Ogni organo pensa di poter vivere da solo, ma non può. E quindi nessun paese, nessuna città, nessuna regione italiana può vivere, se muore Milano».

Dice così, Roberto Vecchioni, è non ha tutti i torti. Non ne ha nemmeno quando definisce Milano «l’unica vera città in Italia». Perché Roma è eternamente urbe, che è un’altra cosa, e Napoli è un’altra cosa, per definizione, da sempre polis, per quanto ogni volta nuova. Le altre, tutte belle, ma di categorie chiaramente diverse. Milano, invece, è pienamente città. Anche nei rapporti oltre i confini italiani. Parigi? Magari sembro prevenuto, ma non l’ho sentita vibrare così. Berlino? Bellissima; eppure, per quanto nuovi e rinnovati i suoi quartieri, Kreuzberg e Charlottenburg, certo, ma pure il Mitte, basta scendere a Tegel, e capisci che è differente il campionato in cui gioca. Esagero? Corro il rischio: le dimensioni non contano, e Milano gioca con Londra e New York. City, appunto. Per questo, nelle tante denunce di quello che non ha funzionato o ha funzionato male in questi mesi di pandemia, più che la giusta misura della critica, avverto una sorta di Schadenfreude ingenerosa e cattiva. E non mi piace e fa male sentirla.

Milano, al contrario, mi ha sedotto dalla prima volta in cui l’ho vista, un quarto di secolo fa. E adesso è persino più bella. Ricordo la scoperta delle sue piazze, delle strade, quel brillare dei tetti, le case di ringhiera e l’acciaio e vetro dei palazzi al tempo nascenti, e una lunga passeggiata da porta Garibaldi, attraverso Brera, Carrobbio fino a Porta Ticinese (e non immaginate quanti bar ci siano, lungo quell’asse un po’ contorto). Ha cambiato il suo volto, lo skyline, si è gettata a capofitto nella modernità e non ne ha avuto paura.

Come «that city that doesen’t sleep», o l’altra, nota per il suo «keep calm and carry on», anch’esse, in quest’unione oggi dolorosa, colpite al cuore, Milano si ripete il proprio adagio «se ghè da fa, feem» e, con lo spessore di altre sue resistenze, si dice ancora «tiremm innanz», senza alcun imbarazzo per il fatto che sia dell’altre due la lingua del mondo, che pure fra i bastioni si conosce e parla.

Una dichiarazione d’amore? Perché no; «che c’è di strano, siamo stati tutti là».

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