Patriottico? Abolirei i confini e non amo la divisione in nazioni; fate voi

Probabilmente è dovuta al fatto che non saprei a quale guardare, la circostanza per cui mi scalda poco l’idea di patria. Il mio bisnonno, che nacque già italiano al contrario di suo padre fatto tale solo in età adulta, ne scoprì una tra l’Hudson e l’East River, e tante mie genti l’han trovata fra valli svizzere o foreste germaniche. Un altro avo con migliaia di conterranei difese quella col tricolore sulle cime delle Carniche e delle Giulie, per dare ai propri figli e nipoti la possibilità d’esser chiamati «terroni» nelle piane sottostanti ai loro versanti meridionali. Io stesso sono nato a un migliaio di chilometri dai cieli sotto cui vivo e mio figlio a dieci volte tanto, e non è un modo di dire.

Sarà forse per questo, dicevo, che quando sento o leggo il sostantivo «patria», e tutti gli aggettivi e avverbi affini, sono il sospetto e il dubbio i primi sentimenti che affiorano. O magari potrebbe essere per antica coscienza cafona, visto ogni volta che un discorso è iniziato con l’appello e il richiamo a quei valori, è finito con quelli della mia schiatta a fronteggiarsi in armi, e a uccidersi vicendevolmente, lungo spaccature create da altri. Gli stessi, sia detto per inciso, pronti a dire «nostra», di tutti comunemente affratellati, la terra insieme calpestata, quando c’è da difenderla o accrescerla con lance e fucili, ma lesti a ribadirla loro, se mai qualcuno parlasse di dividerla e darne a tutti di che vivere. Di certo, non è per pulsione elitaria che m’affranco dal quel sentire che spesso si fa tifo e non di rado sopraffazione; semplicemente, le distinzioni che vedo e faccio nel mondo non passano per dei confini segnati sulla carta per divisioni dell’umanità in base a una lingua o a una fede.

La conseguenza, è una decisa freddezza pure per il concetto di Stato nazionale, che su quei limiti territoriali e di quelle disgregazioni fra gli uomini sostanzialmente si fonda e si nutre. E persino, arrischierei sfidando la modestia, una sorta di cosmopolitismo più sentito da generazioni migranti che non illuminato da letture pesanti, perfettamente sintetizzato in quei versi pregevoli dell’amato, e anch’egli cafone, Scotellaro (La mia bella patria [1949], da È fatto giorno, Parte seconda 1949-1952, La casa, ora in R. Scotellaro, Tutte le poesie 1940-1953, Mondadori, 2004, p. 114):

«Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
Il mio seme lontano».

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