Al di là del bene e del male. Il contagio e gli araldi della morale dei padroni

Abituati a questi giorni di astinenza da contatto sociale, cheerleaders dello state a casa e hooligans del non uscite ripetono tutti i giorni improperi e insulti verso chiunque, con opinioni espresse sui social o per comportamenti mostrati in strada, ritengano non rispettare la gravità del cilicio che si sono imposti cercando di salvare il mondo dal divano, pronti a preparar la gogna per chi passeggi tre volte sullo stesso marciapiede nella medesima giornata e invocar la lapidazione immediata per il runner senza mascherina (a propostito di questo: in Cina, due adolescenti sono morti per arresto cardiaco dopo aver fatto educazione fisica con la cavolo di mascherina. Due adolescenti; se siete uomini di mezza età come si scrive, e magari con qualche chilo in più, per favore, evitate di correre, se proprio pensate di non poterlo fare senza mettervi quella roba davanti alla bocca).

Succubi e vittime entusiastiche della morale dei padroni, non diciamo niente rispetto alle fabbriche aperte, luoghi chiusi con migliaia di persone a contatto fra di loro, mentre siamo pronti ad accusare di diffondere il contagio se vediamo la coppietta tenersi per mano sul lungomare, tre bambini giocare fuori dal parco che bruti al governo ancora non vogliono riaprire o quattro amici che, non potendo andare al bar, sorseggiando una birra sul muretto vicino al fiume. Fermatevi. Il contagio non rispetta quelle regole che a voi sembrano normali, persino giuste; esso, il virus, ne segue e ne rispetta altre, al di là del bene e del male, ignaro per natura di quello che noi intendiamo essere le regole del viver civile nelle moderne società. Non colpisce di più perché in quel contatto fa le persone ci si stia divertendo o di meno perché quella stessa vicinanza sia dovuta alle esigenze irrinunciabili dell’industria e dell’inarrestabile ciclo produzione-scabio-consumo. Per questo, o non usciamo mai da ipotetiche campane di vetro, o è peggio andare nello stabilimento, a sudare per otto ore per turno in centinaia, e al supermercato, in fila e in molti fin dal marciapiedi antistante, che prendere il sole in una spiaggia desolata o passeggiare per campi solitari, a centinaia di metri dal primo essere umano vivente possibile e indipendentemente dal fatto che questo sia più piacevole di quello.

Però, in troppi urlano: «uscite di casa solo per andare a lavoro e a fare la spesa, niente momenti ricreativi, nesusn piacere o svago». Nemmeno lo spietato capitalista col monocolo e il cilindro o il «padrun da li beli braghi bianchi» avrebbe mai immaginato di poter chiedere ai suoi operai e suoi braccianti di andare a lavorare e basta, di proibire ad essi qualsiasi forma di distrazione o passatempo, che non fossero gli acquisti di prodotti che gli stessi avrebbero reso ancora più ricchi. Invece, la paura del virus ha potuto tutto questo, e chi doveva contrastarlo, cioè i dipendenti per lavoro da quel padrone, se ne sono fatti araldi e guardie, e lo difendono urlando con quanta voce hanno e per come possono.

«Ed è una morte un po’ peggiore».

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