Il rischio è un governo degli ottimati

​Ascoltando, venerdì sera, uno storico bravo e già per una legislatura assiso a Palazzo Madama che presentava il suo libro, mi è toccato sentire la trita solfa sulla necessità delle competenze per fare politica, condita da stucchevoli osservazioni sul non farsi operare da chi non è medico, sistemare l’auto da un tale a digiuno di conoscenze meccaniche, eccetera, eccetera, eccetera.

Non che non fossero, e non siano, enunciati in linea di principio condivisibili, intendiamoci. È che, mentre per il chirurgo o l’elettrauto l’accertamento delle competenze è chiaro e univoco, un po’ meno lo è per il personale politico. Di quali competenze stiamo infatti parlando? Perché un docente universitario mai transitato per un consiglio comunale può fare il senatore, una giovane avvocatessa civilista scrivere la riforma della Costituzione, un dirigente d’azienda diventare ministro dalla sera alla mattina, mentre se un bibitaro d’uno stadio metropolitano, un provinciale operatore di call center, una precaria di borgata, un pastore abruzzese, un bracciante lucano o una casalinga di Voghera o Treviso diventano assessori, sindaci o parlamentari, se ne chiede il conto delle capacità? Non vi pare un po’ parziale – e interessata – come lettura?

Me lo chiedo sinceramente. Perché, in fin dei conti, potrei anche essere d’accordo con quanti sostengono di voler quelle verifiche delle capacità, viste le prove fin qui date dai parvenu delle istituzioni e politici eccessivamente naïf. Ma a parte il fatto che non ricordo da tempo esecutivi di fuoriclasse (di sicuro per miei limiti di memoria, non certo per mancanza di protagonisti, s’intende), la questione è di e sul principio.

Per fare un esempio: non aver mai avuto alcuna esperienza amministrativa, esclude di fatto dall’elettorato passivo una gran fetta di popolazione? E perché un professionista o un intellettuale a digiuno di politica sarebbero accettabili nei ruoli più alti dello Stato e delle istituzioni, del governo o della rappresentanza, mentre il fornaio o il disoccupato no? Non si rischia, così, di dar ragione a chi vorrebbe quelle funzioni rappresentative ed esecutive appannaggio esclusivo di moderni ottimati?

E non è forse ciò il contrario pratico della democrazia?

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