Pure il silenzio dei colti contribuì a generare il mostro

Nelle prime pagine del suo libro di memorie scritto nel corso degli anni novanta e pubblicato nel 2000, Vittorio Foa scrive: «Alla presentazione di La parola ebreo di Rosetta Loy dico a Giulio Einaudi che ho dei nodi da sciogliere e subito mi chiede di scriverci un libro. Sto pubblicando le mie lettere e quindi i nodi sono rinviati. Ecco un nodo che è amaro. Dall’arrivo delle truppe alleate, nel 1943, al 1948 l’Italia liberata dal fascismo si è affollata di illustri antifascisti che si distinsero, appunto come antifascisti, nel teatro della cultura italiana. Erano cattolici, liberali, azionisti, comunisti (molti). A parte Benedetto Croce e i pochi reduci dall’esilio e dalle carceri, non uno di quegli illustri antifascisti aveva detto una sola parola contro la cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro quella che è stata un’immonda violenza. I nomi che mi vengono subito in mente sono quelli della mia parte politica, taciturni come tutti gli altri. Mi riesce difficile rinunciare a questo discorso anche se non so bene perché diavolo lo faccio. Forse non sto cercando una condanna morale ma solo il riconoscimento di un fatto» (V. Foa, Passaggi, Einaudi, 2000, pp. 4-5; il paragrafo è datato 1998).

Quando dev’essergli pesato, al solitamente restio a parlare di questi argomenti Foa, ricordare come, mentre lui subiva il carcere e tutta la sua famiglia e l’intera comunità d’origine le persecuzioni delle leggi razziali, prima, e dello sterminio, poi, altri non levarono contro quella violenza la loro voce. E dice, giustamente, che ciò che lo ferisce di più fu il silenzio dei colti quando l’alba di quella barbarie già manifestava il suo farsi, al tempo in cui gli ebrei venivano espulsi dalla vita civile e sociale, politica e culturale della nazione. Anche per quel silenzio nacque il mostro che mangiò milioni di vite, uomini, donne, bambini. Ma perché quei dotti tacquero? E quanti, da quelle esclusioni, addirittura trassero vantaggio? Perché non dissero nulla, non urlarono la loro contrarietà con tutta la forza e in ogni modo? Forse, vien da pensare, perché contrari, in fondo, non lo erano poi del tutto.

Mi sono scontrato altre volte con questi pensieri. Ne ricordo qui una in particolare, successa con un amico con cui al tempo avevo un continuo scambio di opinioni sul tema dell’adesione al Fascismo delle classi dirigenti italiane. Premetto subito che lui, il mio amico, era ed è uno bravo: professore allora associato, oggi ordinario, nato e cresciuto in una casa piena di libri, parla due lingue oltre la nostra, ha qualche pubblicazione riconosciuta e apprezzata alle spalle ed è erede, per famiglia e cultura, di quella borghesia progressista che tanto ha formato la coscienza di questo Paese. E aggiungo che io sono onorato di potermi spesso confrontare con lui. A volte, però, com’è ovvio che capiti nello svolgersi della dialettica, abbiamo posizioni inconciliabili. Fra queste, la questione dei docenti universitari che prestarono giuramento al Fascismo è probabilmente la più significativa.

La vicenda è nota: nel ’31, il Ministro per l’educazione nazionale del governo Mussolini, Balbino Giuliano, s’inventò un voto formale di adesione al regime fascista a cui tutti i docenti degli atenei italiani avrebbero dovuto prestarsi. Degli oltre 1.200 titolari di cattedra, meno di una ventina si rifiutarono di adempiervi, dovendo così lasciare il posto che ricoprivano. Bene: secondo me, questo è il miglior esempio di conformismo che l’élite culturale e intellettuale abbia mai dato nella storia nazionale, e s’inserisce nel silenzio inspiegabile di cui parlava Foa. A parere del mio amico, al contrario, sulla scorta dell’insegnamento togliattiano, e per dirla con le parole di Concetto Marchesi, aderendo a quell’atto in maniera puramente formale, i professori poterono rimanere nelle università e svolgere «un’opera estremamente utile […] per la causa dell’antifascismo».

Da qui la distanza fra noi due. Al mio amico ho spesso opposto che, in fin dei conti, dal punto di vista da cui osservo io le questioni, la ritorsione in caso d’inadempienza non sarebbe stata tale da giustificare l’abnegazione ai propri valori e ideali nei confronti di una dittatura che, nel momento in cui chiedeva quell’atto di fedeltà formale, aveva già dispiegato il pieno senso di sé. Lui, invece, mi ha sempre risposto obiettando che non era così facile, per i docenti come per tutti gli italiani di allora, non aderire al Pnf in quegli anni. E al mio ricordargli le moltitudini contadine e bracciantili che si sottrassero a tale presunto obbligo, egli rispondeva che, per loro, per contadini e braccianti, «era più facile».

Che ne so, magari è davvero così. D’altronde, lui è professore, come lo erano quelli che prestarono giuramento al regime, io no. E nemmeno Foa, che infatti, si chiedeva da solo perché si fosse infilato in un discorso come quello che andava facendo in quelle sue memorie. Mi chiedo solo se qualcuno di loro, di quegli intellettuali, abbia sentito nel profondo l’esigenza di fare un discorso schietto e vero, sincero e fortemente autocritico come quello che Adolf Arndt pronunciò durante i lavori del Bundestag nel marzo del 1965.

Il deputato Spd, in sede di discussione parlamentare per l’estensione dei termini di prescrizione per omicidio (20 anni, nella legislazione tedesca della Rft di allora), a pochi mesi dall’applicazione di tale eccezione persino per i crimini nazisti, d’ufficio datati alla fine del Terzo Reich, l’8 maggio 1945, disse in quell’occasione: «Anch’io mi dichiaro colpevole. Perché, vedete, non sono sceso in strada a protestare quando ho visto che gli ebrei venivano portati via. Non mi sono appuntato la stella gialla e non ho detto: Anch’io. […] Non posso dire di aver fatto abbastanza. […] Nessuno può dire: Non ero ancora nato, questa eredità non mi riguarda» (in Géraldine Schwarz, I senza memoria. Storia di una famiglia europea, Einaudi, 2019, p. 122).

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