Davvero non hanno avuto la possibilità di studiare?

In questi giorni di allarme per la diffusione di virus e malattie, mi è capito, di nuovo, di dover prendere atto dell’esistenza di un doppio genere di reazioni, seguenti lo scoppio di follie a cui abbiamo assistito, sui social e, purtroppo, non solo lì. Da una parte quelli che «avete voluto la democrazia per tutti, ora vi tenete gli imbecilli che parlano d’ogni cosa». Dall’altra, i comprensivi dei limiti culturali perché, dicono, figli del disagio sociale. Bene; né con gli uni, né con gli altri.

Con i primi non starò mai, perché non saprei che farmene di una democrazia che non dia a chiunque la possibilità di parlare di qualunque cosa. Al limite, il problema è ascoltarlo e dar seguito o inseguire le sue chiacchiere, ma è un altro discorso. Con gli altri, nemmeno, perché le difese d’ufficio dell’ignoranza quale esclusivo epifenomeno del disagio sociale non mi convincono. No, non perché non siano argomentate bene: proprio perché i casi, spesso, non si addicono alle spiegazioni. Vedere nella pretesa dei colti di togliere la possibilità di espressione agli altri un’odiosa prevaricazione di classe è giusto. Dire che gli ignoranti lo sono perché, e solamente perché, nati in contesti difficili non è sempre e del tutto vero. Perché ci sono quelli che non hanno potuto aver accesso all’istruzione, e vanno rispettati e aiutati. Ma non sono tutti così. Davvero nascere negli anni ’70 o ’80 del Novecento, con scuole e biblioteche pubbliche, al massimo a qualche minuto di autobus, treno, tram o metropolitana, anch’essi pubblici, in città come Roma, Napoli o Milano, per quanto in periferia e in una famiglia di modeste o medie condizioni, è potuto essere un disagio così grande da non aver consentito un adeguato percorso formativo, capace di far comprendere come i virus non si trasmettano per telefono e non si annidino in particolari etnie in quanto tali — ed è razzista pensarlo —, che la terra sia tonda o quanto le sirene si trovino magnificamente fra versi omerici, non su scogli e coste reali?

Di questo, non di altro, parliamo. Non ci sono tanto i poveri e gli ultimi della società dietro quelle reazioni che un certo orribile gergo vorrebbe risolte dal dotto con qualche coniugazione attiva dell’improbabile verbo «blastare», ma ragazzi andati a scuola, spesso conquistando anche titoli importanti, o addirittura finiti alle massime rappresentanze della nazione inseguendo scie chimiche, lunari tesi complottiste e movimenti di scriteriati antivaccinisti. Ci sono persone nate e cresciute in contesti adeguati a formarsi un’istruzione e una cultura media divenute seguaci del primo tirapiedi terrapiattista, per non dover fare la fatica di fermarsi a riflettere sull’idiozia stellare della teoria presentata a soluzione. C’è gente che ha imparato ogni trucchetto e la totalità delle funzioni più amene o recondite del proprio smartphone, ma che non ha voglia di fermarsi e cercare di capire di cosa diavolo si stia davvero parlando, mentre commenta una notizia o dalla lettura di questa mutua un particolare comportamento.

Non ci sono i miei avi, che pure da analfabeti, con sudore, si sforzavano di comprendere.

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