L’uguaglianza non è data in natura, è un cammino faticoso e giusto

Racconta Jeshua Rothman, in un bel pezzo sull’uguaglianza nel numero del New Yorker dello scorso 13 gennaio, che, una decina d’anni fa, la scrittrice Deborah Solomon chiese a Trump cosa ne pensasse dell’enunciato «all men are created equal». Con la sua innata delicatezza, l’allora solamente Tycoon e personaggio dello spettacolo, rispose: «It’s not true».

Arrogante, certo, ma quella volta, l’attuale inquilino della Casa Bianca aveva ragione, per quanto immagino che le sue motivazioni nel dare quella risposta fossero esattamente di segno opposto a quello delle lenti ideologiche con cui le leggo io ora. «Non è vero», che tutti gli uomini siano creati uguali, che tali vengano al mondo, in ogni momento e in ogni sua parte. Non è vero per mille ragioni, di carattere storico, geografico, sociale, economico, fisico. Ecco perché, nella nostra Costituzione arrivata alla luce quasi due secoli dopo quell’illuministica Dichiarazione d’Indipendenza, ci si peritò di specificare (art. 3) come sia precipuo «compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

L’inganno della promessa della libertà data per diritto universale a uomini presuntamente nati uguali è tutto lì, nel fatto, appunto, che questi uguali non lo sono in nulla. Che libertà ha un bambino nato povero nella parte di mondo più misera che esiste? Quella di piangere per il latte che non gli sarà dato? Quella di provare a migrare verso posti dove non lo vorranno? Vi sembra uguale, quello sventurato, al figlio del ricco e del nobile? Vi sembra uguale la loro libertà? L’uguaglianza non è un fatto di natura. È un cammino, faticoso, lungo, difficile. È un impegno, politico, di una ben precisa parte politica.

Ed è un viaggio, per un luogo più giusto.

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