«Foreigners, go home!»; non dicevate così?

Fin dalla porta di casa dei miei se ne individuava l’esistenza, e di sera, al buio, il brillare alternato del suo faro arrivava a farsi vedere dalle strade del paese in cui sono nato e cresciuto, a 85 km di distanza in linea retta, mille metri più in alto dei suoi due mari. Taranto è sempre stata lì, per me, a portata di sguardo. E l’Italsider, che Ilva non l’ha mai chiamata veramente nessuno, anche, con tutto il luccichio notturno delle sue mille e mille luci.

La più grande acciaieria d’Europa, poco meno di undicimila addetti, tra stabilimento e indotto, potrebbe chiudere. L’essenza tragica di quel complesso nella città di Archita è già stata mille volte detta: pane e veleno. Per le masse contadine fattesi operaie, opportunità di reddito. Per chi ci viveva intorno, gli stessi e le loro famiglie, indici di incidenza tumorale fra i più alti d’Italia. La possibilità di mandare i bambini in classe a studiare, liberati dalla fatica dei campi, la tristezza nel dover chiuder loro le porte delle scuole, per gli alti livelli di diossina. La speranza di consegnare ai figli un futuro migliore, il terrore di averli consegnati a mostri terribili fin dal nome: neuroblastoma, mesotelioma, leucemia. E ora, i nuovi padroni vanno via. E chiudono. E lo fanno, dicono, perché non sono garantiti nel loro agire dagli effetti delle leggi sui reati ambientali. La tragedia, ancora, più pesante. Quello che però brucia come il metallo fuso negli alti forni è la volgare canzone dei coreuti del «padroni a casa nostra, fuori tutti gli altri», che oggi, proprio quando alcuni di quegli altri vanno via, dicono che la colpa è di chi li ha sostituiti dove sedevano fino a qualche mese fa.

Questo Paese manca da anni di uno straccio di politica industriale, ma abbonda di campagne elettorali, perenni, insulse, vacue. Per questo siamo qui oggi, a non saper come tener aperta l’Ilva, a non saper cosa fare se davvero dovesse chiudere, in quella situazione che disegna uno scenario – come ha scritto Riccardo Gallo sulle pagine economiche del Corriere della Sera – in cui il sistema Italia rischia di essere sempre più classificato come «non più attrattivo per i grandi investitori».

E così, mentre per anni piccoli pavidi pifferai interessati solo a prender per loro le poltrone del comando ci hanno raccontato come i poveri stranieri giunti qui per continuare a sperare di poter avere qualcosa di che sopravvivere fossero il problema più grande dei lavoratori italiani (e in molti, a quella nenia, per comodità o consolazione, han voluto credere e credono ancora), dalla realtà, cruda e spietata, oggi scopriamo, e con durezza, quanto lo fossero e lo sono invece le partenze di quei ricchi forestieri, ArcelorMittal, Whirlpool o Mahle che si chiamino, a cui si sta chiedendo indietro solo un po’ del troppo che hanno già accumulato.

Di nuovo: se solo questo Paese avesse uno straccio di politica industriale, e non una perenne, insulsa e vacua campagna elettorale…

Questa voce è stata pubblicata in economia - articoli, libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.