Il fatto è che non è solo il pensiero di un ultras isolato

Intervistato da un’emittente veneta, Radio Cafè di Padova, il capo della tifoseria dell’Hellas Verona, a chi si pone la domanda se quella curva sia razzista, risponde: «Ce l’abbiamo anche noi un negro in squadra, che ha segnato ieri, e tutta Verona gli ha battuto le mani». Già, a uno di colore hanno persino battuto le mani, allora va tutto bene, no? Che triste società è quella in cui cresciamo i nostri figli.

E sarebbe facile dire «è solo un ultras buzzurro, cosa ti aspettavi che dicesse?», però non sarebbe del tutto vero. Sì, lui è quello, ma non è solo questo. Quando dice che «Balotelli è italiano perché ha la cittadinanza italiana, ma non potrà mai essere del tutto italiano», credete che sia l’unico a pensarla così? Pensate forse che sia una tesi appannaggio esclusivo delle curve degli stadi? Non è forse vero, al contrario, che questo pensiero è da noi tanto maggioritario da essersi ormai da tempo, appunto, fatto maggioranza, anche nel livello rappresentativo, nelle istituzioni della Repubblica che su quella stessa cittadinanza è costituita?     

Il leader dei tifosi veronesi ha poi ragione pure quando sbeffeggia, nella sua convinzione d’impunità, il politically correct che impedirebbe l’uso della parola «negro»: «Ci sono problemi a dire la parola negro? Mi viene a prendere la Commissione Segre perché chiamo uno negro? Mi vengono a suonare il campanello?». In effetti, cosa può succedere, a lui e a quelli che come lui parlano e pensano? Cosa possiamo fare loro, se non unirci, nell’augurio, all’invito che a simili supporters (sebbene della Lazio e non del Verona, per quanto la natura non muti) hanno rivolto i tifosi del Celtic?

O fare in modo che accada.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.