Quello che i partiti devono, quello che noi possiamo

A Francesca Sforza, che per La Stampa in edicola ieri le chiedeva cosa dovrebbero fare gli altri partiti per rispondere alla sfida che il consenso in crescita per l’Afd lancia alla politica tedesca, la scrittrice franco-tedesca Géraldine Schwarz ha risposto: «I grandi partiti popolari, ma anche i Verdi, devono captare il voto dei non votanti, e prendere coscienza che la transizione legata alla riunificazione è stata dura, ma è stata comunque un successo dal punto di vista del benessere. Ma è stata trascurata la transizione democratica: bisogna essere più presenti sul territorio, educare i cittadini alla politica, a fare politica, non solo a subirla».

Perfetto. Le parole dell’autrice de I senza memoria (Einaudi, 2019; libro che dovrebbe essere lettura consigliata in tutte le scuole d’Europa, per la sua capacità di spingere ciascuno a fare i conti con le responsabilità individuali e sulle amnesie collettive che sono state parte importante dei regimi autoritari d’un non così lontano passato) sembrano dire ai partiti tedeschi, e a quelli di tutto l’Occidente, aggiungerei, che la diffusione fra l’elettorato della cultura democratica, parlamentare e rappresentativa, non deve esser data per scontata. Cos’è la tentazione di Boris Johnson se non il cedimento a un’idea per cui il Parlamento è un inutile impiccio sulla via del governo? Cosa sono le ricerche spasmodiche di un rapporto immediato con i cittadini di uno come Trump, che vede quale fumo negli occhi le eccezioni e i regolamenti del processo legislativo svolto nelle camere di rappresentanza? Cosa le intemerate dei nostrani tribuni contro «le poltrone», che sono poi i posti in cui si esprime quella stessa rappresentanza, e per un rapporto, all’interno d’un unico stato, diretto fra un capo e un popolo? E se queste tre ultime parole, tradotte in una delle due lingue della Schwarz, con un brivido nella schiena vi rimandano a tempi peggiori, non è una sensazione non cercata.

Sì, perché poi in quel processo scriteriato del rapporto diretto fra popolo e capo, dove gli usurpatori del potere sono i rappresentanti degli elettori, non chi si vorrebbe sciolto, slegato, ab-solutus da quelli che giudica ostacoli sulla via della realizzazione del proprio progetto, non sempre quest’ultimo resiste alla tentazione di rimanere nell’alveo della convivenza democratica e rispettosa dei diritti di ciascuno. Con tutti i rischi connessi e succedanei epiloghi.

Ecco perché quell’appello è ai partiti, certo, ma pure a tutti noi. Nessuno escluso.

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