Perché può accadere ancora

In Germania, un politico cristiano-sociale molto apprezzato nella sua Assia e noto per l’impegno a favore dei migranti è stato ucciso; il sospetto omicida è un filo-nazista di 45 anni. A Roma, due ragazzi sono stati aggrediti e picchiati da estremisti di destra, che li accusavano di essere anti-fascisti per una maglietta che entrambi avevano indosso, quella del Cinema America. Il lunedì successivo a queste due notizie, l’editorialista del fondo sul Corriere della Sera ci spiega che la colpa non è di chi, in un certo qual modo, sdogana questi comportamenti, ma di quanti a lui si oppongono radicalmente non unendosi al coro del «è tutta colpa degli stranieri» e, per sostenere la sua tesi, prende tre casi singoli, e stupidi, e ne fa teoria generale per dire che, in fondo, sui temi dell’emigrazione ha più ragione il duro ministro barbuto di quelli che praticano l’umanità prima di chiedersi se e quanto consenso elettorale quegli atti faranno perdere.

Potremmo continuare a lungo, citando il Salvemini che, nelle sue lezioni ad Harvard, proprio gli editoriali di quello stesso quotidiano citava a esempio di discorso pubblico pronto a far da spalla al nascente movimento fascista, ricordare in che misura si somiglino le costruzioni fantasiose del grande vecchio e della cospirazione segreta, ieri dei Savi di Sion, oggi di Soros e dei Rothschild, o di quanto sia triste, e preoccupante, dover assistere a dotte spiegazioni sul fatto che la sinistra può vincere, dalla Punta di Skagen alle enclave di Ceuta e Melilla, solo se si acconcia al racconto e alla pratica della destra egemone nel discorso pubblico, e nella pratica politica, contro lo straniero che mette in discussione, e a rischio, lo stile di vita europeo, il welfare e i livelli occupazionali degli autoctoni. «La prima definizione di chi debba essere considerato ebreo e chi no risale all’aprile del 1933. È contenuta nel decreto modestamente intitolato: Per la ristrutturazione del pubblico impiego, che prevede il licenziamento o il pensionamento forzato di tutti i dirigenti e funzionari che “non siano di discendenza ariana”. […] Il provvedimento fu accolto con grande entusiasmo. Liberava posti di lavoro». Siegmund Ginzberg, Sindrome 1933 (Feltrinelli, 2019, pp. 83-84).

Immagino che la citazione fatta mi esponga alla critica immediata dei Panebianco da panegirico per il vincente di turno, con toni che più o meno così potremmo riassumere: «è del procedere per analogie simili nell’analisi del quotidiano che si nutre la belva di dite di voler combattere». Sì, lo diranno. Ma non è vero. È, al contrario, proprio dalla contezza del già stato che si può evitare di non ricadere nella ripetizione dell’errore. Soprattutto, è nella considerazione dei limiti dell’egoismo, che sempre è una malattia che divora in fondo chi ne è affetto non lasciandogli altro che l’astio con cui l’ha alimentato, che si trova l’antidoto alla barbarie.

Quella un tempo accaduta, quella che può accadere di nuovo.

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