Parlare del mondo degli uomini è precisamente il loro mestiere

«Scrivi che ti passa», risponde uno sprezzante Salvini a Camilleri che si era permesso di criticarlo per le sue uscite col rosario e il crocifisso, mentre chiude i porti e aizza la canea contro gli ultimi che bussano alle porte, e che colui in cui dice di credere insegnava ad accogliere. «Devi stare muto. Sei feccia, come tutti gli scrittori. E gli scrittori non si devono occupare di razzismo, ma del loro mestiere», ha scritto, rabbiosamente, una commentatrice su Facebook a Stefano Massini, dopo che questi aveva condannato gli insulti razzisti di un adulto verso un bambino di undici anni e prima di ricevere dallo stesso scrittore un’educata risposta degna un novello Esopo.

È curioso, ma tutti e due, il ministro dei selfie e la sua probabile elettrice, replicano a due scrittori dicendo loro che, in sostanza, non si devono interessare di fatti della politica e della società perché loro, appunto, sono scrittori: pensino a scrivere. Sì, ma di cosa? Ora, capisco che avendo poca confidenza con la letteratura si possa anche aver poco chiare le idee su quali siano i campi di indagine di chi della parola fa mestiere. Ma è invece proprio di quelle cose lì, del mondo degli uomini in tutte le sue sfaccettature, che uno scrittore si occupa. Sempre.

Pure quando scrive di fantasia, quando inventa favole, con animali a far da protagonisti, come giocava a fare Massini in tv l’altra sera, quando disegna mondi fantastici, quando vola dove altri non sono arrivati, come quando, di contro, pianta i piedi direttamente e apertamente fra le esistenze quotidiane di chi riempie la terra con i suoi affanni e le sue gioie, uno scrittore scrive delle cose della vita, mai di altro, sotto tutti i suoi vari aspetti, comportamenti sociali e idee politiche comprese.

Con buona pace di rudi leaders e dei loro fans.

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